News navigate_next News navigate_next Basta con lo scontro ideologico sui termovalorizzatori. La nostra via sostenibile allo smaltimento dei rifiuti

Basta con lo scontro ideologico sui termovalorizzatori. La nostra via sostenibile allo smaltimento dei rifiuti

di Michele Governatori e Andrea Salimbeni

L’Unione Europea ci impegna a riciclare entro il 2025 il 55% (in peso) dei rifiuti solidi urbani (RSU), quota che dovrà salire a 60% entro il 2030, e 65% entro il 2035. Di fatto, considerando la percentuale di rifiuti riciclati già al 52% raggiunta in media in Italia nel 2016, il nostro paese ha già superato la soglia del 50% prevista per il 2020. Tuttavia, la situazione non è uniforme e molte regioni sono ancora al disotto dell’obiettivo previsto. Tra queste, le peggiori sono Puglia, Molise, Calabria e Sicilia, che ricicla una quantità inferiore al 20% dei rifiuti prodotti (dati ISPRA 2016).

La situazione attuale ci vede quindi in media vicini agli obiettivi Europei, ma con gravi lacune locali. E a causa delle infrazioni in Campania e a quelle di circa 200 discariche non a norma distribuite sul territorio nazionale, l’Italia ha pagato fino a oggi circa 285 milioni di Euro di sanzioni.

Nonostante il divario tra i sistemi di gestione e smaltimento vigenti nelle diverse regioni, in Italia, nel 2016, pur con un aumento di produzione di rifiuti pari a 30,1 milioni di tonnellate, quelli smaltiti in discarica sono scesi a 7,4 milioni di tonnellate (25%). Un trend che, se resteremo un Paese collegato a un processo di transizione sostenibile dell’economia, non s’invertirà.

Oggi la capacità dei termovalorizzatori in esercizio è pari a circa 6 milioni di tonnellate annue, che diventano 6,7 considerando anche gli impianti di prevista realizzazione, mentre i rifiuti smaltiti negli inceneritori dal 2010 sono cresciuti di 200,000 tonnellate in 6 anni: meno che proporzionalmente alla quantità di rifiuti prodotti, e con un contributo improprio di frazione organica impossibile da compostare a causa di scarsa qualità legata a sistemi di raccolta inadeguati. (La quantità di organico inviata in discarica nel 2016 è stata di 1,6 milioni di tonnellate, mentre quella inviata a incenerimento circa 600,000 tonnellate, che sparirebbero risolvendo i problemi di qualità).

Questi dati indicano che in prospettiva nuovi termovalorizzatori servono solo se si ritiene che il processo virtuoso di maggiore circolarità nella gestione dei rifiuti troverà una battuta d’arresto, in barba a impegni, obiettivi europei e investimenti in corso.

È vero che con la carenza di impianti attuali di trattamento serve in alcune zone più capacità di smaltimento di indifferenziato, ma i tempi per fare impianti di incenerimento sono difficilmente più brevi di quelli per adeguare quelli di riciclo. Quindi mettere soldi in nuovi termovalorizzatori è come scommettere sul fallimento di una politica dei rifiuti sostenibile. Peggio: una scommessa di lungo termine, visto che fare termovalorizzatori richiede molto tempo e farli rientrare dagli investimenti richiede decenni di disponibilità di materia prima pari alla capacità dell’impianto.

 

Quali investimenti avrebbero invece più senso?

  • Raggiungere gli obiettivi di differenziazione anche rendendo l’imposta sui rifiuti davvero legata alla produzione di indifferenziato (oggi questo avviene in poche zone evolute d’Italia, con l’uso di cassonetti azionati da smart card individuali). (I cittadini costretti a pagare di più a causa dell’incapacità amministrativa locale – tariffa o multe che siano – farebbero bene ad attivare un’azione di responsabilità contro gli amministratori per danno erariale).
  • Promuovere tecnologie in grado di trasformare i rifiuti in materiali di interesse per l’economia, che sostengano il bilancio economico degli impianti di trattamento e permettano di ridurre le tariffe di conferimento.
  • Usare meglio la capacità degli impianti esistenti, superando il paradosso per cui oggi le norme rendono più facile esportare rifiuti che spostarli tra regioni anche limitrofe.
  • Terminare gli incentivi viziosi che rendono meno economico il riciclo, per esempio i costi troppo bassi per l’accesso a risorse demaniali vergini (come i materiali da cave).