News navigate_next News navigate_next Per un’Italia europea serve uno shock competitivo.

Per un’Italia europea serve uno shock competitivo.

di Valerio Federico

Per un’Italia europea serve uno shock, uno shock competitivo.

Il crescente ritardo nello sviluppo economico accumulato dal Paese, con la sua quarantennale crisi di produttività, lo ha reso vulnerabile a qualunque crisi finanziaria, e oggi di nuovo sull’orlo di una recessione.

Stretto nella morsa fra alto debito e bassa crescita – un unicum ormai nell’Unione Europea, giacché la Grecia stessa nel 2018 doppierà la crescita italiana – il sistema Paese ha prodotto un aumento della povertà e delle disuguaglianze, una ridotta capacità di innovazione, meno opportunità di lavoro e di impresa, salari più bassi.

La responsabilità è da attribuire a chi fino a ieri ha governato, seppur con alcune significative differenze, rinunciando a una svolta competitiva e accontentandosi di sedersi sulle “naturali” risorse dell’imprenditoria italiana e dell’eccellente industria manifatturiera, sul risparmio delle famiglie, alternando solo deboli misure di crescita e sviluppo a tradizionali politiche di sussidi a debito, mance redistributive e mancate liberalizzazioni.

Peggio è riuscito a fare, in soli 9 mesi, il governo in carica, riuscendo a dar vita a un vero e proprio “caso Italia” sui mercati internazionali e nell’Unione Europea, grazie a previsioni fantasiose e misure irresponsabili, finalizzate alla crescita non della produttività ma del consenso: la controriforma cd. “Quota 100“, che allarga il solco con le generazioni future e affonda i conti, ne è esempio eclatante.

Le responsabilità, da prendersi oggi, sono, da una parte, l’agire per sconfiggere le politiche neo-nazionaliste, autarchiche, chiuse e depressive di chi governa oggi, dall’altra, di cambiare le politiche e le prassi di chi ha governato il Paese fino a ieri.

Il malfunzionamento (per usare un eufemismo) della giustizia penale, civile e amministrativa, di gran parte dei servizi pubblici con i dissesti delle società partecipate, delle istituzioni di controllo, il crescente divario Nord-Sud, la diffusa corruzione, il calo demografico – abbinato all’irresponsabile rinuncia a canali legali di ingresso per i migranti -, le commistioni economia-politica, l’evasione fiscale, i ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione a dispetto delle regole europee, l’alto costo del lavoro, il mismatch tra domanda di competenze e offerta, il ritardo tecnologico, l’eccesso di burocrazia, i mercati dalle ampie sacche di protezione, l’eccessiva pressione fiscale sulle imprese, gli insufficienti investimenti in istruzione e formazione, hanno portato l’Italia ad essere l’unico Paese europeo chedall’inizio del secolo ha il “PIL per ora lavorata”, primo indicatore di competitività, assolutamente fermo. E intanto i Paesi della zona euro – considerati al netto dell’Italia – da oltre venti anni crescono al pari degli USA per PIL pro capite, laddove il ritardo italiano si è invece quintuplicato.

Congelare e rimodulare la spesa corrente, ridurre il debito (che è la prima ragione di  limitazione – questa sì malsana – di sovranità),ridurre le tasse sui lavoratori autonomi e sulle imprese nonché il cuneo fiscale e quindi il costo del lavoro per liberare gli investimenti privati, investire in innovazione (due terzi della crescita economica dell’Europa negli ultimi decenni sono ascrivibili all’innovazione, secondo la Commissione), istruzione, formazione, tecnologia, digitalizzazione della PA, infrastrutture materiali e immateriali e ricerca (quindi in produttività e nuovi posti di lavoro), sono misure irrinunciabili per una svolta competitiva, per creare ricchezza e redistribuirne equamente una parte a favore di chi ha meno, di chi non ha lavoro, senza mettere a rischio il bilancio pubblico e scongiurare strette sul credito per imprese e famiglie.

Redistribuire la ricchezza che non c’è è una scorciatoia che porta a scontri sociali e generazionali; chiude le prospettive di futuro anziché ampliarle.

Investire in ricerca e sviluppo vuol dire farlo anche in salute, salute del singolo individuo e salute complessiva della società derivante dall’aumento significativo di fonti energetiche alternative e dal contrasto effettivo al riscaldamento terrestre globale, accompagnato indivisibilmente dal sostegno alla libera ricerca scientifica.

La scientificamente fondata tutela della salute e dell’ambiente, l’innovazione, un programma disostenibile realizzazione di infrastrutture, i diritti civili e sociali, costano, e senza crescita economica non potranno esser resi effettivi; resteranno sulla carta. Si tratta di investimenti che restituiranno, a loro volta, ampi benefici all’economia e a una migliore qualità della vita.