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Perché l’ambientalismo non può che essere tecnologico e anti-sovranista

di Giordano Masini
Se è vero che le emissioni responsabili dei cambiamenti climatici in atto hanno ricominciato a crescere, è altrettanto vero che non crescono ovunque allo stesso modo.
La Cina è responsabile di circa il 27 per cento delle emissioni, che sono cresciute nel 2018 di circa il 4,7 per cento. Le emissioni negli Stati Uniti rappresentano il 15 per cento del totale mondiale e nel 2018, dopo diversi anni in declino, sono aumentate di circa il 2,5 per cento. Le emissioni dell’India, che rappresentano il 7 per cento del totale mondiale, hanno continuato a crescere di circa il 6,3 per cento negli ultimi anni. Le emissioni dell’UE rappresentano il 10 per cento di quelle globali e si prevede per il 2018 un lieve calo di circa lo -0,7 per cento, ben lontano dal calo del 2 per cento all’anno nel decennio fino al 2014.
In Europa, l’area più prospera del pianeta, queste hanno continuato a calare, anche se meno rispetto al passato. Proprio i ricercatori dell’Università di East Anglia e del Global Carbon Project che hanno fatto la stima delle emissioni globali che ho sintetizzato molto brutalmente, in un articolo di commento alla loro ricerca pubblicato su Nature mettono l’accento su queste differenze, e sui (moderati, per carità, ma sostanziali) motivi di ottimismo che sottendono.
«Il mondo – scrivono – si sta muovendo rapidamente e in modo irrevocabile verso un sistema energetico pulito, economico e affidabile»
I costi di produzione dell’energia solare sono scesi dell’80%. «Le installazioni – cito ancora – stanno crescendo. Oggi oltre il 50% della nuova capacità di produzione di energia elettrica è rinnovabile, con il raddoppio di energia eolica e solare ogni 4 anni. Nei paesi in via di sviluppo, le energie rinnovabili rappresentano ora la maggior parte della nuova generazione di energia elettrica, una svolta notevole da appena un decennio fa. Se queste tendenze continueranno, le energie rinnovabili produrranno metà dell’elettricità mondiale entro il 2030». E poi la rivoluzione, in arrivo, degli accumulatori e delle batterie: l’energia, anche quella solare ed eolica, potrà essere immagazzinata, come dimostrano esperienze promettenti in questo senso, alcune molto significative in Australia.
Se c’è un riflesso condizionato dell’ambientalismo è quello di chiedere una discontinuità, addirittura una inversione del nostro modello di sviluppo. Un riflesso condizionato che risponde a distorsioni cognitive ben note: di fronte alla percezione di un pericolo epocale preferiamo cercare protezione nel passato, nel “conosciuto”, piuttosto che affidarci alle incognite del futuro.
Un riflesso molto antico, se anche Tertulliano, che era un apologeta cristiano del secondo secolo dopo Cristo, parlava un po’ come parlano oggi i sostenitori della “decrescita felice”: «Siamo di peso al mondo, a stento ci bastano le risorse, e maggiori sono i bisogni, più alti sono i nostri lamenti, poiché la natura già non è in grado di sostenerci. In effetti le pestilenze, le carestie, le guerre e la rovina delle civiltà sono un giusto rimedio, uno sfoltimento del genere umano arrogante».
La rivoluzione che potrà arrestare i cambiamenti climatici è, invece, una rivoluzione tecnologica. Un prodotto della diffusione della conoscenza, dell’integrazione economica e della prosperità.
L’inquinamento, oltre a essere la causa dei cambiamenti climatici e di pericoli che tendiamo a percepire come lontani, è la principale causa ambientale di malattie e morti premature nel mondo. Le malattie legate all’inquinamento, tra il 2015 e il 2016, sono state responsabili di circa 9 milioni di morti premature, il 16% di tutti i decessi, tre volte più delle morti causate dall’AIDS, tubercolosi e malaria messe insieme e 15 volte più dei decessi causati da guerre e violenza.
L’inquinamento è classista: «Quasi il 92% dei decessi dovuti all’inquinamento avviene nei paesi a basso o medio reddito – è il Lancet Commission on pollution and health a dirlo – e, tra tutti i Paesi, questi decessi sono prevalenti tra le minoranze e gli emarginati».
La povertà – individuale o collettiva, di paesi o regioni del mondo – ci porta a inquinare, e ci rende più vulnerabili all’inquinamento, come agli effetti dei cambiamenti climatici. Questo riflesso condizionato che ci porta ad individuare nel progresso e nel benessere solo l’origine dei problemi ambientali e non la loro soluzione, effettiva o potenziale, è proprio il riflesso di cui dobbiamo liberarci. L’ambientalismo, se vuole essere una risposta adeguata alla dimensione dei problemi che vuole affrontare, deve ripartire proprio da qui. Abbiamo coniato l’hashtag #sfidalacorrente: bene, sfidiamola anche qui.
Un mondo che combatte efficacemente i cambiamenti climatici è un mondo interconnesso, un mondo che ripudia isolazionismi e protezionismi, che combatte con decisione la malattia del sovranismo. E non solo perché le policy ambientali sono più efficaci se concordate, condivise, e applicate su scala globale. Questo è solo un pezzo del discorso: come sappiamo ci sono buone regolazioni e cattive regolazioni.
Un mondo che combatte efficacemente i cambiamenti climatici è un mondo interconnesso perché mette in comunicazione e integra i sistemi produttivi più efficienti, anche attraverso l’apertura al commercio e il trasporto su lunghe distanze che non è da demonizzare, perché è meglio far viaggiare merci prodotte secondo buoni standard ambientali che proteggere, con l’isolazionismo e il protezionismo, comparti produttivi inefficienti, quindi inquinanti, quindi climalteranti. Le catene globali del valore sono un esempio “in vivo” dell’efficienza produttiva che diventa anche sostenibilità ambientale.
Non tutti i tipi di crescita sono sostenibili, è giusto ricordarlo. Ci sono modelli migliori e modelli peggiori. Ma ogni politica climatica, per essere effettiva, deve mettere al centro la crescita, la diffusione del benessere, l’integrazione politica ed economica. La decrescita e il sovranismo sono senz’altro insostenibili, e sono senz’altro le politiche ambientali e climatiche peggiori.

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