News navigate_next News navigate_next Il Jefta: una vittoria per l’Ue, una vittoria per il Giappone

Il Jefta: una vittoria per l’Ue, una vittoria per il Giappone

di Marco Marazzi  

L’accordo di partnerariato economico tra Unione Europea e Giappone, entrato in vigore il 1 febbraio, è una specie di miracolo.

Lo è per vari motivi.

Primo, perché è riuscito ad evitare (per un soffio) la politicizzazione degli accordi commerciali di cui sono stati vittima il TTIP prima e il CETA poi.  Non si capisce altrimenti perché questo accordo sostanzialmente di libero scambio con il Giappone abbia avuto minor attenzione mediatica degli altri due e soprattutto del CETA, specie in Italia. Forse ha anche aiutato l’accortezza dei negoziatori (coadiuvati da una sentenza favorevole della Corte del Lussemburgo) nell’evitare di regolamentare aspetti, come per esempio la protezione reciproca degli investimenti, che potessero inquadrarlo nella categoria “mista” sottoponendolo quindi alle forche caudine delle 27 ratifiche nazionali.

Destino purtroppo non evitato dal CETA con il Canada che continua a rimanere controverso nonostante gli ottimi risultati anche se riguarda una percentuale del commercio estero UE più bassa rispetto a quello con il Giappone: quasi 90 miliardi l’export di beni e servizi europei verso il Giappone ogni anno, meno di 50 miliardi l’export verso il Canada.

Secondo, perché ha potuto beneficiare di un momento di debolezza di un negoziatore solitamente difficile come il Giappone. Sebbene dopo l’accordo di libero scambio tra UE e Corea la strada di un accordo con il Giappone sembrava segnata, se Trump non avesse mandato all’aria il Transpacific Partnership Agreement (TPP) negoziato dall’amministrazione Obama, costringendo il Giappone a cercare alternative, forse non si sarebbe arrivati a questo risultato equilibrato per entrambi i contraenti.  Ed in tempi relativamente brevi, tenendo conto che i negoziati hanno richiesto meno di 5 anni.

Terzo, perché se l’accordo verrà applicato in tutte le sue componenti, finalmente il Giappone sarà costretto ad aprire realmente il suo mercato ad una serie di prodotti e servizi stranieri. Il Giappone infatti è stato il “protezionista nascosto” nei 24 anni dall’entrata in vigore degli accordi del WTO.

La difficoltà di accedere ad appalti in Giappone o di vendere prodotti nel paese a causa delle barriere non tariffarie è proverbiale e nota a tutti gli operatori (in alcuni casi si parla di un 10-20% in più di costi per esportare verso il paese). Eppure il Giappone l’ha sempre “sfangata” si direbbe dalle nostre parti, forse perché i dazi medi applicati dal paese sembravano relativamente bassi, mentre altri paesi venivano marchiati come protezionisti. Ora non più.

L’accordo con la UE prevede infatti non solo un taglio graduale dei dazi di circa un miliardo di Euro l’anno (stime della Commissione) molto importante, per esempio, per il settore calzature, quello dei prodotti caseari (a lungo al centro di una contesa su quote annuali) della pelletteria, dei cosmetici e dell’industria chimica.  Ma prevede anche una progressiva “convergenza” nei regolamenti tecnici che riguardano alcuni prodotti, attraverso l’impegno da parte del Giappone di adottare standard riconosciuti internazionalmente, soprattutto nel settore automobilistico che è stata la materia principale del contendere durante i negoziati.

Su questo l’attenzione deve essere massima: in una fase in cui molti produttori europei soffrono a causa della riconversione di impianti per auto diesel e per i dazi americani, un’ improvvisa “invasione” di auto giapponesi prodotte in Giappone o assemblate in Europa non controbilanciata da una maggior esportazione di auto europee farebbe gridare al disastro più che al miracolo.   Sul punto, l’eliminazione dei dazi  europei all’importazione di auto e componenti viene “spalmata” su un periodo di 7 anni, e la UE mantiene la possibilità di reintrodurli ove il Giappone reintroduca barriere non tariffarie che colpiscono export di auto europee.  Va tenuto conto comunque che l’accordo con la Corea, generatore di timori analoghi, ha dimostrato invece che sono stati i produttori europei a guadagnarci.

Altri guadagni significativi sono da aspettarsi per l’industria alimentare europea, che come sopra accennato vede abbassarsi notevolmente i dazi e si vede riconosciute quasi 200 indicazioni geografiche, importanti per la tutela del prodotto da contraffazione (tra queste, l’Aceto Balsamico di Modena e il Prosecco per esempio) a fronte di un reciproco riconoscimento, ovviamente, di molte indicazioni geografiche giapponesi (al proposito, già sento i pentaleghisti lamentarsi che non TUTTE le indicazioni geografiche italiane siano state tutelate, come se l’accordo il Giappone l’avesse fatto solo con noi).

Starà all’Italia come al solito, cercare di raccogliere i benefici: le dimensioni delle aziende agricole italiane, rispetto a quelle in altri stati membri europei, sono generalmente più ridotte. Questo crea maggiori difficoltà nell’espansione verso mercati lontani e comunque complessi come quello giapponese.  La “convergenza regolamentare” avrà invece impatto positivo nel settore dell’elettronica (ammesso si riesca ad offrire qualcosa che non producano già) e dei prodotti chimici, farmaceutici e tessili, che restano invece importantissimi per l’export italiano.

Interessanti gli impegni reciproci sugli appalti pubblici: pur essendo il Giappone parte del Government Procurement Agreement del WTO, solo il 3,5% di questi ad oggi va ad aziende straniere.   L’accordo con l’UE apre alle aziende europee, con impegni e modalità specifiche, il mercato degli appalti pubblici in 54 città giapponesi e anche quello delle forniture di treni e materiale ferroviario.

Ci sono state delle concessioni da parte del Giappone non insignificanti: l’Unione Europea non ha ceduto sul ” principio di precauzione” per esempio, e quindi ha preteso che nell’accordo non ci fosse alcuna concessione all’uso di ormoni o di OGM nei prodotti importati dal Giappone (il sito della Commissione non manca di ricordarlo ampiamente, per evitare le proteste che ci furono durante i negoziati sul TTIP). L’importazione di carne di balena continua ad essere proibita, ma anche da parte giapponese le importazioni di riso saranno comunque contingentate (ne saranno meno felici gli amici vercellesi).   Il paese infine si è anche impegnato a rendere più semplici le note complesse procedure per ottenere visti di lavoro da parte di cittadini europei.

Da Tokyo, dell’accordo si apprezza la possibilità di aprire ulteriormente un mercato di 500+ milioni di persone (size matters, quindi…) e quindi di rivitalizzare un’economia stagnante come quella giapponese nonché la conferma che il paese viene visto ancora come una “potenza economica”. L’accordo viene anche considerato un segnale importante agli USA (con i quali il Giappone ha rapporti ben più lunghi e profondi) che gli investimenti nipponici potrebbero ora spostarsi in Europa.

Un accordo quindi che sembra essere win-win, ma da cui esce un primo sconfitto: il Regno Unito che, notizia di questi giorni, sta facendo una fatica enorme a negoziare un “suo” accordo di libero scambio, essenziale anche per mantenere le varie fabbriche giapponesi presenti nel paese, visto che sarà escluso da quello UE. Peccato anche per i produttori del Cheddar della Cornovaglia.

L’altro sconfitto, ma ormai ci ho fatto l’abitudine, è chi come me spera che ulteriori liberalizzazioni di scambi di beni e servizi avvengano nel quadro multilaterale del WTO e non bilaterale.

Nel frattempo, però ci accontentiamo comunque dei piccoli miracoli.