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Europee 2019: gli italiani all’estero e il rischio Pasquale Amitrano

di Benedetta Dentamaro e Elisa Pugliese

Ve lo ricordate Pasquale Amitrano? L’emigrato lucano che torna a Matera in auto dalla Germania per votare in “Bianco, rosso e Verdone”. Erano gli anni Ottanta; il voto dall’estero sarebbe stato introdotto solo nel 2001.

Nonostante la normativa attuale, molti di noi italiani residenti stabilmente all’estero (non quelli temporaneamente oltreconfine, ai quali si applica una procedura differente), in occasione delle prossime elezioni europee di fine maggio, saranno posti di fronte al bivio: farsi un viaggetto per senso civico, o rinunciare a votare?

Non si tratta solo degli italiani che vivono in paesi extra-europei, i quali per legge non possono votare nel luogo di residenza e quindi dovranno necessariamente rientrare in Italia se vogliono esercitare il loro diritto di voto (anche in Gran Bretagna corrono questo rischio a causa della Brexit).

Si tratta anche di moltissimi connazionali sparsi nell’Unione europea, che non hanno la fortuna di abitare in una città sede di consolato e che quindi dovranno raggiungere il consolato più vicino, o tornare in Italia, per poter votare.

Già. Perché, diversamente dalle elezioni politiche, dove è previsto il voto per corrispondenza, alle europee si vota presso i seggi, allestiti anche all’estero. Questo potrebbe sembrare un elemento positivo, addirittura migliorativo rispetto ai chiacchierati plichi elettorali.

Ma c’è un “ma”.

Gli aventi diritto al voto all’estero sono poco più di 4 milioni, di cui circa la metà residenti in territorio europeo. Ciò equivale a circa l’8% dell’intero elettorato attivo italiano.

Tuttavia, i seggi elettorali sono concentrati nelle città sedi di consolato, e neanche in tutte. Per esempio in Belgio, per motivi logistici che rendono difficile o oneroso una diffusione più capillare sul territorio, saranno allestiti seggi solo a Bruxelles e Charleroi. A fronte di una comunità italiana di circa 268.000 persone, gli iscritti all’AIRE residenti a Bruxelles e Charleroi (e aree limitrofe) sono poco più di 45.000. Tutti gli altri potenziali elettori – cioè più o meno 180.000! – dovranno sobbarcarsi una gitarella niente male per visitare il più vicino seggio elettorale.

Le distanze sono talvolta proibitive: nel caso della Germania, per raggiungere il consolato di Colonia dalle località più remote della circoscrizione consolare bisogna investire oltre 3 ore di treno solo andata (esempio: Kleve-Colonia). Per fortuna sono previsti seggi – oltre che a Colonia – a Düsseldorf, Siegen, Aachen, Solingen, Duisburg, altrimenti molti sarebbero di fatto esclusi dalla possibilità di esercitare il loro diritto di voto. E se invece accadesse come in Belgio e i seggi venissero concentrati solo in poche città, quanti affronterebbero le gimcane del weekend per andare a votare?

Questa situazione non incentiva certo la partecipazione al voto.

Infatti, l’affluenza alle scorse europee del 2014 fu di appena il 5,95% degli aventi diritto. Vien quasi da rimpiangere i famigerati plichi elettorali spediti a domicilio… anche se non le rocambolesche ed ambigue operazioni di scrutinio a Castelnuovo di Porto, denunciate dai nostri parlamentari.

Ci sarebbe poi una terza via in questo bivio: che il cittadino italiano all’estero – benché iscritto all’AIRE – opti per votare per i candidati del paese di residenza. In teoria, l’elettore potrebbe comunicare la propria volontà di votare candidati del suo paese di residenza entro termini regolati diversamente in ciascuno Stato dell’UE, rinunciando così a votare per le liste italiane. Ma attenzione: non si può votare per più di uno Stato membro!

Se molti elettori optassero per votare candidati del proprio paese di residenza, si spiegherebbe così la ridotta partecipazione dei nostri connazionali all’estero alle consultazioni italiane – ma non sembra affatto essere questo il caso. Ad esempio, in Belgio in occasione delle europee 2014 solo il 10% degli aventi diritto esercitò l’opzione per votare per le liste locali che, quanto alla comunità italiana, vuol dire meno del 4% dei potenziali elettori. È dunque evidente che la stragrande maggioranza degli italiani all’estero si astiene del tutto, piuttosto che affrontare la trafila per esercitare il proprio diritto di voto nel paese di origine o di residenza.

Insomma, l’esercizio del diritto di voto alle europee da parte degli espatriati è tutt’altro che agevolato, finanche all’interno dell’UE.

Per questo riteniamo che occorra modificare quanto prima la legge elettorale per le europee (migliorabile anche sotto diversi altri aspetti, quali l’espressione delle preferenze e l’ampiezza dei collegi elettorali), riformare la rete consolare (che negli ultimi anni ha subìto pesanti tagli a fronte di un trend in costante crescita di espatri), incoraggiare accordi bilaterali tra Stati per l’allestimento di seggi sul territorio nelle scuole e in altri edifici pubblici, e studiare modalità alternative per l’espressione del voto.

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