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Salvare Radio Radicale: una battaglia liberale e antistatalista

di Carmelo Palma

La salvezza di Radio Radicale è qualcosa di più e di diverso delle mera sopravvivenza di un atipico “organo di partito”. Quello di Radio Radicale è un caso a sè, proprio perchè Radio Radicale è stata negli ultimi 40 anni un fenomeno a sé nel panorama dell’editoria politica italiana.

La “radio che è dentro, ma anche fuori dal Palazzo” è stata l’esempio di una testata che, senza mai esibire alcuna terzietà e indipendenza giornalistica e al contrario rivendicando la natura di “impresa politica” radicale, è diventata il medium di tutti i partiti e di tutte le istituzioni, realizzando al proprio interno un modello di pluralismo, che il servizio pubblico e il complesso del sistema dell’informazione italiana non è mai stato in grado non diciamo di eguagliare, ma neppure di avvicinare.

La radio di Pannella, dalla metà degli anni ‘70 in poi, è stato inoltre uno straordinario strumento di pedagogia e alfabetizzazione civile, insegnando a milioni di italiani a conoscere e in parte anche a capire dove stessero e come funzionassero il parlamento, il governo e l’amministrazione della giustizia e quali fossero le regole formali e materiali che disciplinavano l’esercizio del potere pubblico.

Con un anticipo profetico sulle tendenze dei media, Radio Radicale ha inoltre imposto, nell’era pre-digitale, un paradigma di informazione e di conoscenza fondato sulla disintermediazione giornalistica e sulla accessibilità diretta a fonti e documenti, che fanno del suo archivio un patrimonio unico di cultura e di storia. Si tratta di un paradigma di cui l’evoluzione digitale dei media e l’industria delle fake news dimostra oggi la parzialità e anche la manipolabilità, ma che nell’Italia partitocratica ebbe un effetto dirompente di apertura e di trasparenza.

A loro modo, in un’Italia in cui i chierici dell’informazione di maggioranza e di opposizione celebravano messe cantate, che gli italiani non erano tenuti a capire, ma a sorbire e ad accettare per ragioni di fede, i radicali con la loro radio inventarono una piccola “Riforma protestante” dell’informazione, consegnando le voci dei parlamenti, dei congressi dei partiti e dei processi al libero esame degli ascoltatori, come Lutero aveva consegnato la Bibbia al libero esame dei cristiani.

La lezione più attuale di Radio Radicale riguarda però proprio la questione del suo finanziamento e della natura economica della sua impresa editoriale. Lo scandalo più bruciante e più opportuno di Radio Radicale riguarda proprio i quattrini, il chi pagae il per cosasi paga.

Si continua a parlare di Radio Radicale come di una voce che, alla pari di molte altre, merita il sostegno pubblico per le ragioni nobili e per la qualità indiscussa del suo lavoro. Non è così. Radio Radicale merita il riconoscimento della natura pubblica del suo servizio, svolta a condizioni economicamente più favorevoli di quelle di qualunque altro concorrente pubblico, la Rai, o privato, che non c’è e non è mai esistito.

Il problema non è capire se Radio Radicale merita un finanziamento, ma se l’Italia ha bisogno di un servizio come quello che Radio Radicale svolge e nessun altro altrimenti oggi svolgerebbe.

Anche in questo, Radio Radicale, fin dagli albori, ha anticipato una polemica che i radicali avrebbero rinnovato nella loro stagione più esplicitamente liberista, quella sulla differenza tra “servizio pubblico” e “gestore pubblico” e sulla necessità di superare l’identificazione ideologica, nell’informazione, ma non solo, tra il servizio e il suo erogatore statale, regionale, comunale… Oggi, per la gran parte dei servizi pubblici – comunicazione, energia, sanità… – è (di mala voglia) accettato che istituire per la loro gestione un sistema di mercato e di concorrenza ne migliora la qualità e ne riduce i costi. Radio Radicale, in perfetta solitudine, l’ha dimostrato anche rispetto al sistema dell’informazione e oggi rischia paradossalmente di pagare il prezzo di questo scandalo.

Quando il Presidente Conte irride Radio Radicale invitandola a “camminare con le proprie gambe” e a “rivolgersi al mercato”, lo fa per negare l’evidenza contraria, cioè che il servizio pubblico di informazione ha camminato per anni a scrocco sulle gambe di Radio Radicale, rifiutandosi di istituire davvero un sistema di mercato (di gare pubbliche, di aggiudicazioni, di procedure trasparenti) per garantire i servizi, che spettano da sempre alla Rai per legge, senza alcuna valutazione dei costi e delle alternative.

Dunque la difesa di Radio Radicale non è solo una testimonianza di amicizia verso una storica testata radiofonica, ma un contributo di chiarezza (e, avrebbe detto Pannella, “di lotta”) alla battaglia liberale e antistatalista, a cui anche +Europa aggiunge volentieri la propria voce e il proprio impegno.

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