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Un’altra Italia c’è, e vuole tornare a crescere. Lettera agli imprenditori

Cari imprenditori italiani,

da quando questo Governo si è insediato il nostro paese ha mutato il suo profilo di rischio, e lo ha mutato drammaticamente in peggio. Lo spread – che balla attorno ai 300 punti base – è un semplice indicatore complessivo, ma dietro a questo indicatore ci sono le scelte di milioni di attori economici, dalle imprese ai risparmiatori, che si ispirano a criteri di razionalità.

L’Italia degli ultimi decenni non è mai stata un paese attrattivo per gli investimenti, in cui è mai stato facile fare impresa. Nessuno lo sa meglio di voi. Dalla pressione fiscale altissima alla scarsissima protezione per gli investimenti, dalla cornice di incertezza politica che circonda le scelte economiche alla burocrazia asfissiante che rallenta tutto fino allo stallo, l’Italia versa in una crisi di produttività che ha fatto sì che da noi, caso pressoché unico in tutto l’Occidente, la crisi del 2007/2008 non sia mai finita davvero.

Oggi investire in Italia e sull’Italia non è solo difficile e poco remunerativo: è anche molto più rischioso di prima. Un “combinato disposto” – la crisi della produttività e quella della credibilità – letale per le speranze di ripresa della seconda economia manifatturiera d’Europa.

Rispetto a questo quadro allarmante, si agisce con le politiche e si agisce con le parole. E sia le politiche che le parole che arrivano dal Governo e dalla maggioranza che lo sostiene sono sbagliate, sono politiche e parole che aggravano la crisi invece di tentare di lenirla, e che possono condurre a un esito senza ritorno.

Le parole sbagliate, lo ha rimarcato il presidente Boccia nel suo intervento all’assemblea nazionale di Confindustria di mercoledì, sono quelle che incendiano i mercati. Quelle che promettono di fare carta straccia dei vincoli europei e di sforare il tetto del 3% di rapporto deficit-pil. Le politiche sbagliate sono quelle che rendono queste parole pericolosamente credibili. I numeri dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio sull’ultima legge finanziaria sono stati chiarissimi fin da subito, anche se in pochi li hanno letti: per finanziare le misure assistenzialiste del governo che non si pagheranno mai da sole, dai prepensionamenti ai sussidi di cittadinanza, non c’è modo di evitare un enorme aumento dell’Iva (o di altre tasse) senza sforare il 3% e senza quindi innescare una crisi dello spread che ci condurrebbe, volenti o nolenti, fuori dall’Eurozona.

Sembra, ad ascoltare molti esponenti del Governo e della maggioranza, che questo esito, questo “incidente”, non sia temuto, ma addirittura cercato con pervicacia e ostinazione. Sembra che qualcuno si illuda che tornare a stampare allegramente una moneta svalutata, tornare ai tempi bui in cui la pressione fiscale inseguiva il debito che a sua volta inseguiva il tasso di inflazione sia la medicina di cui questo paese avrebbe bisogno. Sarebbe sì una medicina, ma una medicina letale.

La propaganda del governo è efficace – il presidente Boccia ha giustamente parlato di “presentismo” – e le armi di distrazione di massa sono molte. Ma gli imprenditori più e prima di chiunque altro possono comprenderne la portata del pericolo che stiamo correndo. Evitiamo l’irreparabile. Cambiamo questa rotta dissennata e ricominciamo a lavorare per lasciare ai nostri figli un paese prospero, degno della sua storia, in cui sia possibile rischiare e trarre la giusta remunerazione dai propri investimenti.

Le strade da intraprendere, lo sappiamo, non hanno il respiro di una campagna elettorale né di una legislatura. Veniamo da una crisi di lungo periodo e dobbiamo avere la capacità di immaginare risposte di lungo periodo. Il presidente Boccia ha parlato di un orizzonte temporale di vent’anni per costruire l’Italia che vogliamo. Ha ragione. Ma dobbiamo partire subito, ripudiando con decisione le scelte che portano a maggiore chiusura, dal commercio internazionale all’innovazione: chi ci governa propone più dazi per difendere le produzioni nazionali sul mercato interno, e non agisce sul piano degli investimenti in formazione, innovazione, digitalizzazione per farci guadagnare posizioni nelle catene globali del valore, per rilanciare tutti i fattori di produttività e renderci competitivi sul mercato che conta davvero, quello globale. Non si può costruire l’Italia che vogliamo tra vent’anni immaginando di vivere in un mondo che non c’è più da quarant’anni.

Completiamo il Mercato Unico, arricchiamolo delle infrastrutture fisiche e immateriali di cui ha bisogno, a cominciare dalla TAV. Guardiamo al mondo attorno a noi, anche all’Africa con la sua espansione economica e demografica, come a un mondo carico di straordinarie opportunità da cogliere e sulle quali investire. Hanno strepitato contro i grandi accordi commerciali come il CETA, salvo poi scoprire che sono proprio gli accordi come il CETA a fare gli interessi delle esportazioni europee, e fra quelle europee soprattutto quelle italiane, anche quelle agroalimentari, come osservava giustamente il presidente di Confagricoltura Giansanti a Milano, alcuni giorni fa. Guardiamo alla sfida ambientale come a una sfida da cogliere e vincere per le imprese e non contro le imprese. Non esiste sostenibilità ambientale senza sostenibilità economica, e viceversa.

Ripudiamo le parole sbagliate e le politiche sbagliate, e soprattutto risparmiamo all’Italia, a noi e ai nostri figli, il futuro peggiore che si possa immaginare: l’isolamento internazionale, la desertificazione economica e produttiva, l’involuzione morale e civile, il rancore e l’invidia sociale che si trasformano in odio e cattiveria politica.

Molti dicono che ci vorrebbe più Italia in Europa. Noi a un’Europa più italiana preferiremmo la prospettiva di un’Italia finalmente più Europea. Il 26 maggio diamo voce a questa Italia, l’Italia che vuole tornare a crescere, la vostra.

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