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Il problema non è la globalizzazione. Ma la sua fine

di Giordano Masini*

È interessante il dibattito avviato sulle colonne de Il Foglio da Carlo Calenda sui guai provocati in Occidente dalla globalizzazione. «Più di un miliardo di persone – dice l’ex ministro dello sviluppo economico – sono uscite dalla povertà nei paesi in via di sviluppo ma il conto è stato pagato dalle classi medie e basse dell’occidente. A ciò ha contribuito la velocità dell’innovazione tecnologica, che ha enormemente migliorato la nostra vita, ma allo stesso tempo ha penalizzato ampie fasce di popolazione e lavoratori».

Lo spunto, quello del “conto” presentato dalla globalizzazione alla classe media occidentale, non è certo nuovo, se ne è dibattuto parecchio nell’ultimo decennio, a livello scientifico e accademico, con risultati non certo univoci.

Ma il rischio è che ci troviamo oggi ad affrontare questo dibattito, come si dice, dietro la curva, ovvero troppo tardi, proprio quando cominciamo a percepire e a scontare i guai (quelli sì reali e misurabili) non tanto della globalizzazione ma quelli della sua fine, provocata dalla grande contrazione degli scambi indotti dalla rimonta protezionistica e, appunto, “anti-globalizzazione”, che già nel 2016 aveva portato il commercio mondiale a crescere meno del Pil globale.

Una rimonta protezionistica che nasce e prospera – come “forma” politica insieme ai suoi corollari, il populismo e il razzismo – non tanto dalla reazione dei “vinti” della globalizzazione (che poi tanto vinti non sono affatto), quanto dalla cosiddetta “ansia del benessere” dei vincitori, quel senso di ingiustizia subita che provano le classi benestanti e dominanti quando temono di dover cedere o condividere uno status di privilegio (lettura consigliata: Jolanda Jetten, Is protectionism a ‘siren song’ to the poor or to the wealthy?).

Magari è su questo che potremmo – con più profitto e forse non ancora fuori tempo massimo – provare a interrogarci: noi avevamo avevamo cominciato a farlo già due anni fa, sulle meno blasonate colonne di Strade, con una monografia dedicata alla trappola politica nascosta dietro all’opzione economica protezionista e “anti-globalizzazione”. Che non serve a nulla ma è rassicurante, e per questo ha successo. Per il nostro bene dovremmo cercare, anche a costo di navigare controcorrente, di non fornire alibi ideologici alla sua diffusione.

 

*Leggi l’articolo su Strade

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