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Dl clima: sì a una revisione green del fisco, ma non aumenti la pressione fiscale

di Michele Governatori

La proposta del ministro Costa, un programma di taglio di sussidi ambientalmente dannosi e incentivi a chi toglie auto inquinanti dalla strada delle città critiche per qualità dell’aria, è condivisibile in queste sue componenti, ma ha due gravi problemi complessivi: prima che generi risparmi, porta a maggiori spese; questi risparmi avrebbero perlopiù la forma di tagli alla spesa fiscale, i quali, se fatti senza una riduzione delle aliquote standard delle imposte cui si applicano, sono in realtà un aumento di pressione fiscale. La strada di eliminare i sussidi dannosi con altri favorevoli all’ambiente non è irragionevole, nel breve termine, se permette di rendere accettabile la transizione alle categorie più colpite.

Per esempio: se tolgo a un armatore gli sconti sul combustibile di origine petrolifera, potrei restituirgli in parte quei vantaggi a fronte del passaggio a una flotta alimentata a gas naturale.

Tuttavia è importante che nel medio periodo la transizione a un fisco più favorevole all’ambiente sia neutrale in termini di effetti sul gettito complessivo. Infatti le risorse hanno un valore anche economico, quindi è poco credibile un’idea di sostenibilità che si applichi alle risorse ambientali e non a quelle economiche. Il “green new deal” è necessario, ma è necessario che non finisca tra i tanti punti del libro dei sogni da pagare con risorse da trovare chissà come. Perché in tal caso o resterebbe un sogno o, peggio, si realizzerebbe in forma dell’incubo di ancora più debito, che vuol dire più tasse future, in parte per pagare gli interessi. Con tanti saluti agli investimenti, verdi o meno.

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