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Protesta Hong Kong irrompe nel gaming online: le aziende censurano ma la community reagisce

di Francesco Saltarin

Qualche giorno fa si sono tenute le Grandmasters di Hearthstone, principale torneo del popolare gioco di carte online prodotto da Blizzard Entertainment (Starcraft, World of Warcraft, Overwatch). Al termine di uno dei match, Ng “blitzchung” Wai Chung originario di Hong Kong ha espresso il proprio sostegno ai dimostranti, gridando: “Liberate Hong Kong, revolution of our age!”. I due caster (quelli che potremmo chiamare cronisti riferendoci agli sport fisici) hanno reagito con evidente imbarazzo, nascondendosi sotto la scrivania, Blizzard ha invece mando uno spot interrompendo lo stream. Il giorno dopo l’accaduto ha ritenuto inoltre di bannare (sospendere) dal torneo e dalle future competizioni blitzchung per ben un anno. Oltre a qualche clip del momento, non esistono vlog dei match svolti da blitzchung in questa edizione delle Grandmasters, gli sono stati inoltre congelati tutti i premi (parliamo di decine di migliaia di dollari) e licenziati i due caster.

Le reazioni delle community attorno ai titoli Blizzard sono state particolarmente rumorose generando il noto “effetto Streisand”, tanto da scomodare un paio di senatori americani, Rubio (R) e Wyden (D), i quali hanno espresso in modo bipartisan una ferma condanna all’atteggiamento supino di Blizzard la quale ha preferito non scatenare le ire del dragone (che pur rappresenta solo il 12% della sua playerbase complessiva). Ora, Blizzard è un’azienda privata e può fare ciò che vuole, se ritiene di dare il via ad una caccia alle streghe pur di non perdere qualche milione di yuan stampato dal CPC è liberissima di farlo. Il punto è che fuori a Irvine, appena sotto la statua di un orco posta davanti agli studios Blizzard, ci sono due targhe recanti “Every voice matters” e “Think globally”, due motti che stridono pesantemente con quanto accaduto.

La riflessione che ne nasce è: fino a che punto le aziende occidentali sono disposte a censurarsi pur di non perdere i favori cinesi? Blizzard non è la prima e non sarà di certo l’ultima, solo l’industria videoludica ha fatto capriole non da poco pur di entrare in un mercato che poi, a conti fatti, le ha sempre respinte e bistrattate anche nei ricavi. Forse, ed è bene che questo accada proprio grazie alle proteste ad Hong Kong, è ora di chiedersi (stati e aziende) a che prezzo siano guadagnati gli ori e i favori cinesi.

 

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