Una Generazione Avanti

Il debito pubblico italiano: una truffa generazionale

Di Nico Di Florio

Il nostro paese non ha mai affrontato una seria discussione sulla questione del debito pubblico e sulle ragioni che, ancora oggi, ci inducono a non vedere il gigantesco elefante che siede nella stanza.

La storia del debito pubblico italiano è la storia di una gigantesca truffa generazionale, perpetrata, più o meno consapevolmente, dai padri ai danni dei loro figli. Un tema sconveniente, tanto da essere diventato un taboo per le classi dirigenti di un paese in cui definire qualcuno furbo significa fargli un complimento.

La classe politica italiana ha fiuto. E sa quando è opportuno stare alla larga dai problemi reali. Per questo ha sempre preferito girare intorno all’elefante, comportandosi come se il problema non esistesse, anzi, proponendo come soluzione al problema il problema stesso e, quindi, aggiungendo debito al debito.


L’incapacità di elevare la responsabilità fiscale a principio democratico

Le ragioni di una così marcata involuzione della nostra politica in senso demagogico e populista sono, a mio avviso, strettamente connesse alla incapacità storica del nostro sistema di affrontare la questione del debito pubblico.

Esiste un fil rouge tra debito pubblico e sovranismo.

In un paese in cui la responsabilità fiscale non è mai assurta a valore democratico, la politica ha gioco facile nel declinare la questione del debito in termini di sovranità negata. Questo leit motiv, sebbene con accezioni e sfumature diverse, circola per l’intero arco costituzionale assumendo i contorni di una imposizione esterna di cui le nostre comunità sarebbero vittime a vantaggio di interessi altrui.

Il nostro paese cambierà davvero quando acquisiremo la consapevolezza che la sostenibilità delle politiche di bilancio non è interesse della Germania ma preminentemente nostro. Il problema non è l’austerity – che peraltro non abbiamo mai conosciuto – ma, al contrario, la non-austerity o, più precisamente, l’assoluta irragionevolezza delle politiche fiscali degli ultimi decenni. È questa la ragione per cui l’economia italiana si trova ancora oggi nella impossibilità di liberare a pieno le proprie (tante) energie vitali. Del resto, per sconfessare le tesi sovraniste basterebbe guardare i dati. Le analisi economiche mostrano che negli ultimi vent’anni, tra i 28 paesi membri della UE, sono stati proprio quelli che hanno attuato politiche di bilancio rigorose a registrare i tassi di crescita più elevati.

Purtroppo, in un’epoca dominata dalle post-verità i fatti non bastano. La verità non è interessante quanto le suggestioni identitarie del sovranismo. E per questo chi si vuole attrezzare per sconfiggere l’elefante non può affidarsi soltanto alla contrapposizione dei fatti alle falsificazioni. Ci vuole uno sforzo maggiore, soprattutto, uno sforzo di tipo narrativo. Del resto, la politica si nutre di storie, e quella del debito pubblico è una storia tanto potente quanto sconosciuta che per divenire coscienza pubblica necessita di un racconto persuasivo.


Un paese drogato di debito

L’Italia è un paese governato, ormai da decenni, da un’alternanza di classi dirigenti ludopatiche la cui principale strategia politica è stata quella di giocarsi, in maniera più o meno intensa, il futuro delle generazioni a venire.

Quando il più grande sindacato italiano può permettersi di rivendicare la mancetta dei nonni come sistema di welfare, vuol dire che la nazione è sottosopra e che a guidare la baracca ci sono le persone sbagliate. Di fronte a questa sconcertante assenza di lucidità i “giovani”, ormai sempre più vittime di una vera e propria apartheid generazionale, dovrebbero trovare la forza ed il coraggio di dare corpo ad un’autentica ribellione.

Per tali ragioni gli sforzi della nostra comunità – quella dei liberali ed europeisti italiani – avranno senso nella misura in cui riusciranno a sovvertire questo paradigma. E si dovrà cominciare proprio dal descrivere le cose per quello che sono: il debito pubblico italiano è il più clamoroso furto ai danni delle generazioni future mai avvenuto nella storia di una democrazia occidentale.

Toccherà, dunque, a noi, alla nostra sparuta minoranza politica, denunciare con tutte le nostre forze, e possibilmente unendo le forze, questo stato permanente di continuazione del reato che ormai nessuno denuncia più.


L’Europa: unico argine al debito

In un quadro simile l’ingresso del nostro paese nelle istituzioni europee avrebbe reso necessario, giocoforza, porre un freno alle nostre smanie di indebitamento facendole rientrare nei limiti fisiologici per un paese che vuole restare agganciato alla modernità. Ma una classe dirigente molto furba, e poco intelligente, non ha saputo cogliere l’occasione. Al contrario, dinanzi al cambiamento epocale costituito dalla adozione della moneta unica, il sistema debito-centrico italiano ha reagito come quei tossicodipendenti a cui viene improvvisamente ridotta la dose. Il problema non era più trovare il modo di liberarsi dalla dipendenza del debito, il problema era liberarsi da chi cercava di impedirci di fare altro debito. In sintesi, questo è stato il nodo dei rapporti tra istituzioni europee e governi italiani degli ultimi vent’anni. E non è un caso che, ancora oggi, il parametro con cui si valuta se l’Europa è amica o meno amica è sempre lo stesso: la misura del nuovo debito che ci verrà concesso.

La ricerca di nuovo indebitamento è divenuta ormai una costante della nostra politica. Oggi come ieri il debito domina i processi politici italiani. I recenti sviluppi politici ne sono la plastica dimostrazione: ogni volta in cui il paese va in astinenza dal debito si apre una nuova crisi di governo. Del resto, la genesi del governo giallo-rosso è questa. Non c’è altro collante se non la promessa di nuovo debito da ottenersi grazie ad un’Europa tornata amica.

Siamo un paese drogato che non ha nessuna intenzione di ripulirsi.


L’Italia sovranista: il furto continua

Il debito pubblico ci è costato in media all’incirca 65 mld di interessi all’anno negli ultimi anni. Nel DEF 2019 viene stimato che gli interessi aumenteranno fino a 73 miliardi nel 2022.

La storiella del debito come portato degli spericolati anni 80 non regge più. Il furto non è soltanto il lascito di un passato inebriante che non potevamo permetterci, il furto è piuttosto la realtà di un eterno presente che non mostra segnali di cambiamento. Del resto, per restare nella metafora, è noto che col passare del tempo la droga non inebria più, ma serve soltanto a stare tranquilli.

La verità è molto semplice: la crescita dell’economia italiana non è sufficiente a ripagare il costo del debito. Non sono un economista ma credo che non sia azzardato sostenere che senza l’Euro ed il QE di Mario Draghi l’Italia sarebbe già in default.

Orbene, andrebbe spiegato agli italiani che sono proprio gli esborsi necessari al pagamento degli interessi sul debito i soldi che mancano alle strade, agli asili nido, alle infrastrutture digitali di cui il paese ha tremendamente bisogno. Inutile cercarli altrove, i soldi sono tutti lì. La quota interessi a carico del nostro paese è pari al valore di due finanziarie all’anno.

E allora non può non vedersi come la rivendicazione dell’indebitamento come diritto sovrano contenga una premessa implicita: fagocitare quel poco di futuro rimasto.

Il fronte liberale dovrà attrezzarsi per impedire che questo accada. Non serve rompere l’Europa per risolvere i nostri problemi, basterebbe aggiustare l’Italia.

Se c’è una storia che il paese deve urgentemente conoscere è questa qui. All’Italia serve un racconto adeguato e delle forze politiche che sappiano interpretarlo perché quella del furto generazionale è una storia troppo importante per restare sconosciuta.

Chi saprà farsi carico del racconto non soltanto riuscirà a mettere a nudo la vacuità della narrazione sovranista ma, forse, anche a porre le basi per restituire il futuro rubato al nostro paese.

Condividi su