Una Generazione Avanti

Uno sguardo al futuro

Di Paolo Costanzo

L’agenda politica del nuovo decennio dovrà necessariamente fare i conti con i principi di responsabilità e di sostenibilità economica, sociale e ambientale.

A causa degli effetti congiunti della rivoluzione tecnologica, di politiche di welfare poco lungimiranti e della catastrofe ecologica, la generazione più giovane rischia di vivere in condizioni peggiori rispetto alle generazioni precedenti. È quindi necessario avviare politiche economiche e sociali che invertano l’attuale andamento e creino pertanto le premesse per uno sviluppo sostenibile.

L’invecchiamento della popolazione, l’alto livello del debito pubblico rispetto al PIL, la scarsa attenzione all’innovazione e alla formazione sono ostacoli che si frappongono ai principi di sviluppo sostenibile. Tagli della spesa pubblica solo in termini reali, e non in termini di potere di acquisto, permetterebbero di perseguire il pareggio di bilancio e l’avanzo primario necessario a ridurre il rapporto debito/PIL.

La spesa per istruzione nel nostro Paese è fra le più basse d’Europa e il sistema dell’istruzione andrebbe rivisto mettendo al centro l’apprendimento degli studenti e prevedendo criteri di selezione, formazione e valutazione degli insegnanti più incisivi. La composizione dei pochi laureati registra uno squilibrio fra i laureati in materie umanistiche e quelli in materie scientifiche (i primi pari al doppio dei secondi) contro un sostanziale equilibrio a livello europeo per entrambe le tipologie di indirizzo.

La necessità di rendere sostenibile lo sviluppo economico e sociale e per non compromettere gli equilibri ambientali rende indispensabili investimenti in tecnologie avanzate ed ecocompatibili. La stessa UE ha sollecitato la transizione verso un’economia più circolare, i cui vantaggi consentono la riduzione della pressione sull’ambiente, più sicurezza circa la disponibilità di materie prime, l’aumento della competitività e della crescita economica.

Lo sviluppo, la conoscenza e la capacità di utilizzo di tecniche di intelligenza artificiale giocheranno un ruolo fondamentale per la crescita del Paese. Recenti studi hanno stimato che l’IA potrebbe raddoppiare il tasso annuo di crescita economica ed aumentare la produttività del lavoro fino al 40% entro il 2035. Non cogliere tale opportunità significherebbe arretrare ulteriormente rispetto ai competitor internazionali e relegare il nostro Paese ad un ruolo secondario rispetto alle altre potenze economiche.

L’innovazione tecnologica determinerà nuove professioni con competenze di livello elevato. Creare nuovi posti di lavoro sarà più semplice che formare il personale per occupare i suddetti posti di lavoro. Si renderà quindi necessario uno sforzo continuo alla riqualificazione delle persone e la complessità sarà determinata dalla resistenza emotiva necessaria agli individui ad affrontare la propria carriera lavorativa. I governi dovranno intervenire promuovendo un settore dedicato alla formazione permanente, introducendo il diritto soggettivo alla formazione continua.

L’agenda politica del nuovo decennio dovrà necessariamente fare i conti con i principi di responsabilità e di sostenibilità economica, sociale e ambientale. Ciò comporta la necessità di perseguire uno sviluppo sostenibile, vale a dire soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di colmare le proprie necessità. 

Nella seconda metà del secolo scorso ogni generazione ha potuto godere di un’istruzione migliore, di un’assistenza sanitaria superiore e di un reddito più alto rispetto alla generazione precedente. Nei prossimi decenni, invece, a causa degli effetti congiunti della rivoluzione tecnologica, di politiche di welfare poco lungimiranti e della catastrofe ecologica, la generazione più giovane potrebbe già considerarsi fortunata se riuscisse a mantenere inalterate le condizioni attuali. È quindi necessario avviare politiche economiche e sociali che invertano l’attuale andamento e creino pertanto le premesse per uno sviluppo sostenibile. L’obiettivo è molto ambizioso e presuppone leader capaci, con una visione di lungo periodo, che abbiano il coraggio di dire la verità ai cittadini, e cittadini che siano disposti ad ascoltarla e abbiano maggiore fiducia nel fatto che tali politiche siano giuste e necessarie.

Gli ostacoli al perseguimento dei suddetti principi sono non sono solo di carattere culturale, ma di varia natura. A livello nazionale, sono rappresentati dalle criticità legate all’invecchiamento della popolazione e al calo demografico, dall’alto livello del debito pubblico rispetto al PIL e dalla scarsa attenzione all’innovazione e alla formazione.

La prima è una circostanza comune a molti Paesi dell’Unione europea ma più marcata nel nostro, e porterà a una inevitabile riduzione della capacità produttiva dell’Italia. Si stima infatti che nei prossimi 25 anni la popolazione di età compresa fra i 20 e i 64 anni, al netto di un afflusso dall’estero di circa 4 milioni di persone, diminuirà di circa 6 milioni di unità. Tale riduzione di capacità produttiva, che si rifletterà in una minore entità del PIL, dovrà essere contrastata con aumenti decisi nella partecipazione al lavoro e nella produttività. 

Tagli della spesa pubblica solo in termini reali e non in termini di potere di acquisto permetterebbero di perseguire il pareggio di bilancio e l’avanzo primario necessario a ridurre il rapporto debito/PIL (con una spesa pubblica pari al 46% del PIL un risparmio del 2% in termini reali non comporterebbe sacrifici particolarmente penalizzanti per l’economia italiana). Un tale comportamento sarebbe auspicabile in quanto: (i) saremmo meno esposti a rischi di crisi finanziarie; (ii) aiuterebbe la crescita potenziale in quanto manterrebbe bassi i tassi di interesse facilitando gli investimenti; (iii) un bilancio in pareggio che elimini gli sprechi e permetta un’allocazione efficiente delle risorse farebbe bene all’economia del Paese; (iv) i sottoscrittori residenti (2/3 del totale) destinerebbero i propri risparmi ad altri investimenti che potrebbero rivelarsi più utili al Paese.

Andrebbero poi affrontate e ridotte le cause che conducono i migliori talenti a lasciare l’Italia (circa 120.000 gli italiani emigrati nel solo 2018) e allo stesso tempo andrebbero risolte le difficoltà che incontriamo nell’attirare lavoratori a elevata qualificazione. Annoveriamo fra queste la scarsa attenzione al merito e un ambiente economico poco favorevole all’attività delle imprese e agli investimenti necessari alla crescita.

L’immigrazione potrebbe dare un contributo alla capacità produttiva del Paese, e non con meno impegno andrebbero affrontate le difficoltà che incontriamo nell’integrazione e nella formazione di chi proviene da altri paesi. 

L’Italia è fra i Paesi con la più bassa percentuale di scolarizzazione in ambito UE (13% dei laureati). La composizione dei pochi laureati registra uno squilibrio fra i laureati in materie umanistiche e quelli in materie scientifiche (i primi pari al doppio dei secondi) contro un sostanziale equilibrio a livello europeo per entrambe le tipologie di indirizzo. A ciò si aggiunga che i recenti test Pisa, condotti fra i quindicenni dei Paesi OCSE, hanno evidenziato risultati disarmanti per i nostri studenti, il che significa che l’approccio verso il sistema dell’istruzione andrebbe rivisto mettendo al centro l’apprendimento degli studenti e prevedendo criteri di selezione, formazione e valutazione degli insegnanti più incisivi. La spesa pubblica italiana per istruzione in percentuale di Pil, pari al 3,8 per cento, è ben al di sotto della media europea (4,6 per cento). Il problema riguarda principalmente l’istruzione terziaria. 

Migliorare il livello medio di istruzione ed equilibrare le specializzazioni contribuirebbe ad accrescere la produttività del sistema produttivo e ridurrebbe la disoccupazione anche dei giovani con un livello di istruzione più elevato. La crescita della nostra capacità produttiva dipende anche da quante persone siano disponibili a lavorare nella “fabbrica Italia”, quanto a lungo siano disposte a lavorare e dal progresso tecnologico che determina quanto produttivi siano il capitale e il lavoro impiegati.  

A tal fine, l’Italia ha risposto con ritardo alla rivoluzione tecnologica, il che ha rallentato la crescita economica. La necessità di rendere sostenibile lo sviluppo economico e sociale, per non compromettere gli equilibri ambientali, rende indispensabili investimenti in tecnologie avanzate ed ecocompatibili. La stessa UE ha sollecitato la transizione verso un’economia più circolare, i cui vantaggi consentono la riduzione della pressione sull’ambiente, più sicurezza circa la disponibilità di materie prime, l’aumento della competitività e l’incremento dell’occupazione (si stima che nell’UE grazie all’economia circolare si creeranno 580.000 nuovi posti di lavoro). 

Il sistema manifatturiero italiano nei prossimi anni dovrà affrontare dure e decisive sfide che decideranno parte del suo futuro. Un cambiamento epocale, che molti addetti ai lavori arrivano a chiamare “Quarta Rivoluzione Industriale”, il quale vedrà la nascita di modelli, strategie e paradigmi nuovi. Cogliere le opportunità offerte dall’innovazione significa affrontare con maggiore consapevolezza un mercato sempre più competitivo che evolve con ritmi sempre più serrati e nelle direzioni più varie. Industria 4.0 viene generalmente considerata come un processo che culminerà in una nuova concezione dell’industria, dallo sviluppo di nuovi prodotti e servizi, alla ricerca e innovazione, fino alla validazione e alla produzione, con il minimo comune denominatore costituito da un alto grado di automazione e interconnessione. In tale contesto, lo sviluppo, la conoscenza e la capacità di utilizzo di tecniche di intelligenza artificiale giocheranno un ruolo fondamentale per la crescita del Paese. Recenti studi hanno stimato che l’IA potrebbe raddoppiare il tasso annuo di crescita economica ed aumentare la produttività del lavoro fino al 40% entro il 2035. Non cogliere tale opportunità significherebbe arretrare ulteriormente rispetto ai competitor internazionali e relegare il nostro Paese ad un ruolo secondario rispetto alle altre potenze economiche.

Nelle precedenti rivoluzioni industriali, quando i lavori umani sono stati automatizzati, nel settore dei servizi sono emersi nuovi lavori che richiedevano abilità cognitive che solo gli uomini possedevano. Con l’Intelligenza artificiale dovremo invece comparare le abilità di un insieme di individui alle abilità di una rete integrata. I vantaggi potenziali della connettività e della capacità di aggiornamento sono così enormi che almeno in alcuni ambiti professionali potrebbe avere senso sostituire tutti gli esseri umani con i computer, anche se a livello individuale alcuni uomini potrebbero ancora svolgere un lavoro di qualità migliore rispetto a quello delle macchine (ad es. medici di base che si occupano quasi sempre della diagnosi di malattie note e della gestione dei trattamenti per le famiglie saranno rimpiazzati dai dottori dell’IA, il che renderà disponibili risorse economiche per pagare medici umani e assistenti di laboratorio per condurre ricerche innovative e sviluppare nuove medicine o procedure chirurgiche). L’innovazione tecnologica determinerà nuove professioni con competenze di livello elevato. Creare nuovi posti di lavoro sarà più semplice che formare il personale per occupare i suddetti posti di lavoro. Si renderà quindi necessario uno sforzo continuo alla riqualificazione delle persone e la complessità sarà determinata dalla resistenza emotiva necessaria agli individui ad affrontare la propria carriera lavorativa (insufficiente resistenza mentale al cambiamento; individui che dovranno continuare a reinventare se stessi senza perdere il loro equilibrio mentale). Gli individui dovranno continuare a sviluppare nuove competenze e a cambiare la loro professione. I governi dovranno intervenire sia promuovendo un settore dedicato alla formazione permanente, introducendo il diritto soggettivo alla formazione continua, sia organizzando una rete di sicurezza per gli inevitabili periodi di transizione. Secondo una ricerca del 2018 del World Economic Forum, nel 2025 la sostituzione dei lavori attuali con i robot comporterà una perdita di 75 milioni di posti di lavoro, a fronte della creazione di 133 milioni di nuovi posti di lavoro, con mansioni diverse e più qualificate. 

Tutto ciò, però, se vogliamo consegnare alle future generazioni un contesto favorevole allo sviluppo sostenibile, sarà possibile se gli Stati, le aziende e gli attori politici e sociali comprenderanno che è necessaria una visione di lungo periodo e una cultura che ponga al centro la persona.  

 

Condividi su