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La politica “come se ci fosse un domani”

I giovani di oggi e quelli del futuro sostengono e sosterranno sulle loro spalle il costo sempre più gravoso del benessere di oggi. Da una parte il debito pubblico, che rimanda al domani la copertura di tante spese e pochi investimenti; dall’altra le esternalità negative ambientali e climatiche, destinate a generare nel prossimo futuro emergenze sociali e costi economici elevatissimi.

I giovani pagano tasse e contributi previdenziali altissimi per finanziare interessi sul debito e spesa corrente, e per mantenere un welfare sbilanciato sulle pensioni.

I giovani pagano la scarsità di investimenti pubblici e privati, che ha prodotto un ambiente di vita e di lavoro arido e improduttivo.

I giovani hanno un sistema formativo che non li prepara al lavoro che cambia, e trovano un mondo del lavoro incapace di dare loro spazio.

Nel contempo, i giovani e le giovani generazioni non compaiono nelle preoccupazioni dell’opinione pubblica e della politica, orientate alla conservazione di consolidati privilegi generazionali in campo fiscale, previdenziale e ambientale. Una situazione comune a tutto l’Occidente, ma che in Italia è resa ancor più grave da uno scenario demografico, economico, e sociale del tutto peculiare.

– L’Italia ha il debito pubblico tra i più alti del mondo sia rispetto al PIL (circa 135%), sia in termini assoluti.

– L’Italia ha uno dei più bassi tassi di natalità al mondo.

– L’Italia sconta un lunghissimo periodo di stagnazione economica ed è da vent’anni di fatto a crescita zero.

– In Italia, nei vent’anni della crisi, gli anziani hanno accresciuto il loro livello di benessere, mentre quello dei giovani è calato.

– L’Italia ha il più alto rapporto tra pensionati e lavoratori dell’Occidente, e nel 2050 saremo gli unici, insieme alla Grecia, ad avere più pensionati che lavoratori.

Nella vita privata non saremmo così irresponsabili verso i nostri figli e nipoti. Ma provare a garantire alle nuove generazioni almeno le condizioni di benessere che abbiamo ereditato dalle generazioni precedenti e offrire analoghe opportunità di crescita e sviluppo comporta principi di riferimento alternativi a quelli della politica come se non ci fosse un domani.

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– No (future) taxation without representation

Nella razionalizzazione dei rapporti fiscali nasce lo stato moderno. Nel patto tra generazioni, reso oggi particolarmente sensibile dal deterioramento demografico della popolazione, nasce l’equilibrio costituzionale della politica democratica. Le Costituzioni sono un ponte tra generazioni e sono la garanzia che le regole per l’esercizio del potere politico non siano sottoposte, ma sovraordinate alle scelte dei legislatori. L’abuso dell’imposizione sui non ancora rappresentati o la depredazione di risorse future costituisce un esercizio di “potere assoluto” lesivo del principio di libertà politica. I vincoli alla spesa e all’indebitamento e la “liberazione” del bilancio pubblico da un sistema di ipoteche generazionali è oggi la principale emergenza non solo economica, ma etica e politica. Lo Stato deve stare non solo finanziariamente, ma generazionalmente “in pareggio” e per questa ragione nell’equilibrio di bilancio occorre considerare anche le entrate e le uscite “ambientali”, perché ogni generazione deve impegnarsi a consegnare alla successiva una quantità di risorse complessive almeno uguale a quella ereditata dalle generazioni precedenti. Sia il debito pubblico che quello ambientale sono costi futuri imposti nei confronti di quanti non hanno rappresentanza o hanno un peso limitato nel sistema della rappresentanza. Il No taxation without representation va inteso anche in senso generazionale.

 

– L’ambiente è una risorsa pubblica

Tradizionalmente l’ambientalismo fa coincidere l’ecologia con la salvaguardia di determinate e peraltro mutevoli condizioni naturali, e non con la difesa di un ambiente adatto allo sviluppo e alla promozione umana. Il progresso scientifico e tecnologico, l’industrializzazione e la stessa società dei consumi hanno avuto effetti altamente impattanti dal punto di vista naturale, e al tempo stesso hanno reso migliore, più ricca e duratura anche la vita umana. Il patrimonio ambientale è una risorsa umana e dunque un asset pubblico. La contabilizzazione dei costi ambientali dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici, così come della scarsità delle risorse naturali, è oggi un principio fondamentale di responsabilità politica. Il degrado ambientale, misurato anche in termini di compatibilità con la vita umana, non è solo legato all’impatto antropico, ma anche all’abbandono della capacità di governo politico e tecnologico dell’ambiente. Morti premature, aumento della morbilità, desertificazione sociale, abbandono di intere aree territoriali sono sempre, in tutto o in parte, il frutto di problemi ambientali e costituiscono anche problemi sociali dagli effetti dirompenti. Al contempo, il patrimonio ambientale è anche un prodotto sociale, il frutto dell’investimento, della cura e dell’intelligenza collettiva: sia nella attività di adattamento dell’ambiente alle necessità umane che, oggi più che mai, nella capacità di adattamento delle scelte umane alle compatibilità ambientali e climatiche. L’attenzione all’ambiente deve essere quindi esercizio politicamente proattivo, adattivo e non puramente conservativo.

 

– Innovazione: scegliere di investire sul futuro

Nella vita politica, come nelle scelte private, l’innovazione appare spesso come una necessità dolorosa, che cambia equilibri e abitudini consolidate, che muta i rapporti di forza tra i singoli e i gruppi, che crea un senso di incertezza per il futuro, ma apre anche a possibilità in precedenza impensabili. In politica, come anche in economia, “innovazione” significa in primo luogo investimento, cioè uso delle risorse disponibili per qualcosa che non è semplicemente il soddisfacimento un bisogno presente, ma il miglioramento durevole di una condizione di lavoro o di vita. Inoltre innovazione significa istruzione e formazione. Il mix di investimento e formazione migliora dal punto di vista economico la produttività, e dal punto di vista sociale la mobilità e dunque l’equità. L’Italia non è casualmente uno dei Paesi che è cresciuto di meno al mondo negli ultimi anni, che ha visto degradare la preparazione dei giovani, che ha patito livelli altissimi di esclusione educativa, che ha visto crescere il numero dei NEET, giovani che non studiano e che non lavorano. Questi risultati sono un prodotto coerente di una serie di scelte sbagliate, tutte compiute sul piano nazionale, non l’effetto di variabili esterne. Non è stata l’Europa e non è stata la globalizzazione a far scivolare indietro l’Italia. È stata la scelta che ha portato lo Stato a investire meno in istruzione e gli imprenditori a investire meno in innovazione. È stata la scelta che ha portato la politica a rosicchiare anno per anno pezzi di spesa per investimenti per accrescere la spesa corrente ai fini di “compravendita di consenso”. In un Paese in cui il voto di scambio con denaro privato è un reato, il voto di scambio con denaro pubblico sembra essere una inderogabile, riconosciuta e legittima necessità politica. Se l’innovazione è un investimento sul futuro, l’Italia sta sistematicamente disinvestendo da anni.

 

– La sfida educativa della riforma della spesa sociale

Come per tutte le politiche pubbliche, anche quelle di welfare rischiano di essere catturate da gruppi impegnati, con giustificazioni pubbliche e generali, a garantire interessi privati e particolari. Nella struttura della spesa sociale si annidano rendite che nel sistema di welfare italiano hanno avuto manifestazioni macroscopiche, che risalgono molto indietro nel tempo e avranno conseguenze ancora per molti anni a venire. Se non è possibile “annullare” queste conseguenze, neutralizzandone gli effetti finanziari, è necessario superarne subito il fondamento politico e ideologico. L’allocazione della gran parte delle risorse del welfare sulle generazioni più avanzate non riflette motivazioni sociali, ma calcoli politici. Le persone di età medio-alta non sono le più povere, né le più bisognose. Sono le più numerose e quindi le più potenti. E questa potenza si è riflettuta anche sull’immaginario politico generale. Il più forte predittore di povertà delle famiglie italiane è l’età del principale portatore di lavoro: se questi ha meno di 30 anni, ha una possibilità su tre di vivere sotto la soglia della povertà, mentre era una su otto negli anni ’80. La spesa sociale italiana ha “cronicizzato” la dipendenza o l’esclusione sociale di una parte della popolazione, ridotto l’occupabilità e gli incentivi al lavoro e creato un enorme esercito di riserva per un’economia illegale e parallela, che riduce il potere contrattuale e i salari dei lavoratori nell’economia legale. Questo welfare è stato non tra i rimedi, ma tra i fattori principali della crisi sociale italiana. La sfida per la riforma e il “ri-orientamento” generazionale del welfare è quindi la principale “sfida educativa” che ha dinanzi la politica italiana.

 

– Il patrimonio politico ed economico dei diritti

Nell’eredità positiva e negativa trasmessa di generazione in generazione c’è anche il corpo di diritti su cui si basa l’organizzazione sociale e la libertà personale di tutti i cittadini. Fino a pochi anni fa, la crescita dei paesi più sviluppati ha coinciso con la diffusione dei diritti civili, dell’uguaglianza tra i sessi, della parità di genere e della partecipazione femminile alla vita sociale, del pluralismo politico, culturale e religioso e del principio di non discriminazione. In generale, lo sviluppo della società aperta e il suo successo hanno dunque coinciso con la limitazione del potere coercitivo dello Stato e con la tutela delle libertà personali. Oggi questo modello è in pericolo per il duplice attacco di modelli politici antidemocratici, che promettono “benessere senza libertà” sotto la guida di regimi autoritari e di modelli democratici cosiddetti “illiberali”, che ritengono legittimo limitare le libertà individuali e discriminare i singoli individui in nome di una supposta volontà generale. Il fatto che i comportamenti personali, le scelte di vita e le diverse forme di espressione della volontà umana non siano né perseguitate, né discriminate dal potere pubblico è un patrimonio di valore e di libertà che la politica ha il dovere di trasmettere alle nuove generazioni, un capitale su cui si fonda la ricchezza e la capacità di sviluppo della società umana, anche dal punto di vista politico e economico.

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Oggi il sovranismo e il populismo rappresentano in maniera inedita le forme politiche di una reazionaria e iniqua difesa corporativa degli interessi e dei privilegi delle vecchie generazioni, a scapito delle prospettive e delle opportunità delle nuove. Lo sono nella pretesa di ampliare a dismisura il debito pubblico per sovvenzionare politiche assistenzialiste e previdenziali insostenibili, lo sono nella pretesa di ignorare le esternalità negative legate al consumo di risorse naturali e alle “scorie” del benessere. Lo sono nell’irresponsabilità di perpetuare l’illusione delle risorse infinite. Lo sono nella pretesa di uniformare scelte di vita e giudizi di valore a criteri conformisticamente “tradizionali”, che non tengono conto dell’evoluzione della cultura e del costume sociale. In questo senso la frattura tra società chiusa e società aperta, che oggi si colloca prima di tutto attorno all’idea di Europa, è anche e prima di tutto una frattura generazionale: la frattura tra la politica come se non ci fosse un domani e la politica come se ci fosse un domani. Perché un domani c’è.

Questo manifesto programmatico, presentato il 18 gennaio a Bologna durante la manifestazione “Una generazione avanti”, è l’esito di un lavoro di raccolta di contributi, spunti, analisi, al quale hanno partecipato nelle ultime settimane molte personalità interne e soprattutto esterne a +Europa, che hanno messo le loro diverse competenze, sensibilità ed esperienze a disposizione di questo progetto sull’equità e la giustizia intergenerazionale.

Non è un punto di arrivo ma il punto di partenza di un lavoro di elaborazione e di costruzione da proseguire in futuro.

 

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