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Quota 100, reddito di cittadinanza e decreto dignità hanno portato lavoro?

di Valerio Federico

 

Una delle cifre del governo Conte 2 è l’incapacità di riformare le misure del Conte 1, la cosa non sorprende del resto, Conte non è alternativo a se stesso e le principali misure sono state confermate.

 

Il reddito di cittadinanza, disponibile da aprile 2019, avrebbe dovuto spostare persone dalla condizione di inattivo – chi non cerca lavoro – a quella di disoccupato – chi lo cerca – e in seguito, naturalmente, di occupato. I dati del periodo aprile[1]– dicembre 2019 ci dicono invece che il tasso di inattività è sostanzialmente invariato (da 34,3% a 34,2), del resto è pressoché stabile già da luglio 2017[2]. Sono invece cresciuti leggermente gli occupati nello stesso periodo da 58,9% a 59,2, ma non si può certo ascrivere la tendenza al Rdc, essendo questa in corso con intensità simile, o anche maggiore, dal 2014.

È utile ricordare come l’allora ministro del lavoro Di Maio raccontava al Paese che il reddito di cittadinanza avrebbe spinto i consumi interni rilanciando il PIL, ebbene i dati ci dicono che la crescita in valore dei consumi nel 2019 è stata pari all’1,13%, inferiore però alla crescita 2018, +1,78%, alla crescita 2017, +2,71% e a quella del 2016, +1,5%. Un andamento corrispondente si è avuto per la crescita dei consumi pro capite: 2019 +1,35%, 2018 +2%, 2017 + 2,89%.

Profetiche furono le parole di Conte del 4 febbraio 2019:” mentre noi abbiamo studiato molto per fare questa riforma, saranno altri che ora studieranno la nostra di riforma”.

In merito a “quota 100”, la misura in vigore da febbraio 2019 non ha portato alcuna accelerazione alla crescita dell’occupazione, da febbraio a dicembre 2019 questa è cresciuta dello 0,53%, esattamente come nello stesso intervallo di tempo 2018. Non vi è stata dunque una crescita di posti di lavoro come conseguenza dei pensionamenti anticipati in corso, aldilà di ciò che ognuno sa: che le imprese assumono per le opportunità che si aprono sui mercati e non perché qualcuno va prima in pensione. In Italia lavorano 59 persone su 100, in Germania 76, serve creare più opportunità di lavoro per tutti, giovani e più anziani.

L’idea che per creare occupazione giovanile serve far andare prima in pensione i lavoratori anziani è smentita anche dai dati, visto che a una crescita della disoccupazione dei più anziani dovrebbe seguire una riduzione di quella giovanile, ma avviene l’opposto, quando crescono i disoccupati nella fascia d’età 50-64 anni, crescono anche tra i più giovani, e corrispondenti andamenti tra giovani e anziani si ripetono quando la disoccupazione cala.[3]

I dati dell’osservatorio sul precariato dell’INPS confermano che la misura, non ha avuto effetti positivi sulle assunzioni complessive del settore privato: queste sono state 352 mila in meno nel periodo febbraio-novembre 2019, rispetto allo stesso periodo del 2018.

Va ricordato inoltre che i Paesi dove si va prima in pensione hanno mediamente la disoccupazione giovanile più alta, come accade per l’Italia, visto che aldilà del tetto per legge dei 67 anni, già prima dell’introduzione di quota 100 si andava effettivamente in pensione a circa 62 anni e mezzo mediamente, e la nostra spesa pensionistica – che era già è una delle più alte in Europa e che con quota 100 crescerà ulteriormente – sarà la prima causa, per il FMI, dell’aumento del rapporto debito/PIL nel lungo periodo.

Per ridurre l’impatto negativo sul debito, e quindi sulle generazioni future, il FMI ricorda che “è importante preservare l’indicizzazione dell’età di pensionamento all’aspettativa di vita”, l’opposto di quanto sta avvenendo in Italia con il blocco dell’adeguamento automatico delle condizioni di anzianità contributiva.

 

Il decreto dignità è in vigore dal 14 luglio 2018, ma solo dopo una fase di transizione, a partire dal 1° novembre, è applicato integralmente. Considerando i dati da novembre 2018[4] a ottobre 2019, gli occupati sono cresciuti di 209 mila unità. Per poter confrontare questa crescita con un periodo precedente nel quale fosse in vigore solo il jobs act, evitando dunque il periodo di transizione, e che consideri gli stessi mesi, è necessario tornare all’intervallo novembre 2016 – ottobre 2017 che ha portato una crescita di occupati largamente maggiore, pari a 278 mila. Il periodo precedente, novembre 2015 – ottobre 2016 portò una crescita di 217 mila occupati, anche in quel caso il dato è stato superiore a quello attuale.

Considerando solo le assunzioni a tempo indeterminato nel solo settore privato, queste da novembre 2018 a ottobre 2019 sono cresciute rispetto al 2018 (+138 mila), più che compensate, però, dal calo delle assunzioni avutesi con le altre tipologie di contratto. Se invece consideriamo solo l’ultimo mese di cui disponiamo del dato, novembre 2019, le assunzioni con contratti a tempo indeterminato sono calate di 15 mila rispetto a novembre 2018, primo mese che vide il decreto dignità applicato integralmente.

 

Rispetto alle tre misure trattate, in vigore da novembre 2018, febbraio e aprile 2019, è utile anche considerare le ore lavorate per dipendente, in considerazione del fatto che l’occupazione può crescere anche impiegando per meno tempo i dipendenti, con il ricorso, ad esempio, alla cassa integrazione o al part time involontario – relativo a chi accetta un orario ridotto in assenza di una alternativa a tempo pieno, la media europea tra i 15 e i 29 anni di occupati con part time involontario è al 28%, in Italia è all’80% – , non è dunque un segnale positivo la decrescita delle ore lavorate per dipendente. Ebbene il dato aprile-settembre nel 2019 è mediamente il peggiore dal 2016 (2016=99,95, 2017=98,8, 2018=98,65, 2019=98,0).

 

Continuano a crescere, infine, anche i posti vacanti, che certificano l’insufficienza dei programmi di formazione in Italia: 2016=0,9%, 2017=1,2%, 2018=1,3%, 2019=1,4%.

 

I dati ISTAT, INPS e la recente nota del Fondo Monetario Internazionale confermano dunque che le riforme dei governi Conte su pensioni e lavoro non funzionano e costano troppo e che le misure proposte da +Europa sono indifferibili per avviare un serio risanamento dei conti, frenare la crescita del debito e accelerare quella del PIL, per aprire spazi di bilancio ad investimenti pubblici e privati in tecnologia e formazione, quindi in nuovi posti di lavoro, produttività e salari. Obiettivi che possono essere perseguiti solo grazie al superamento di quota 100 e del reddito di cittadinanza – che costeranno rispettivamente 40 miliardi in 10 anni e 26 miliardi in 3 anni (2020-22) – e a una riduzione consistente della pressione fiscale sul lavoro e delle spese fiscali, così come spostando la tassazione dai redditi alle rendite.

[1] partendo dall’ultimo dato prima dell’avvio del Rdc, quello finale del mese di marzo

[2] così come stabile è la somma di occupati e disoccupati (gli attivi)

[3] se prendiamo il periodo di maggiore crescita recente della disoccupazione nella fascia d’età 50-64 anni, quello che va dall’aprile 2011 al marzo 2013, registriamo un +78%, nello stesso intervallo di tempo la disoccupazione della popolazione tra i 15 e i 24 anni è cresciuta del 41%, quella tra i 25 e i 34 anni del 44%. Tra febbraio e agosto 2019 il calo della disoccupazione ha coinvolto giovani e anziani: 15-24 anni -12%, 25-34 anni -6%, 50-64 anni -11%

[4] considerato il dato a tutto ottobre, l’ultimo prima dell’applicazione integrale

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