Un altro genere di politica

Le donne in penombra della scienza

di Ilaria Donatio

Concetta, Maria Rosaria, Francesca.

Così, con il solo nome di battesimo, sono finite in prima pagina, esattamente un mese fa, le ricercatrici dello Spallanzani che hanno isolato il Coronavirus. Non contenti, i titolisti le hanno definite anche “angeli della ricerca”: formula rassicurante che ricorda il più tradizionale “angelo del focolare”, formula utilizzata sempre con riferimento a una donna, possibilmente mamma e moglie. Se al loro posto ci fossero stati tre uomini, scommettiamo, il cognome non sarebbe scomparso: Maria Rosaria Capobianchi, Concetta Castilletti e Francesca Colavita.

Nulla di nuovo, purtroppo, nonostante l’anno di grazia 2020.

La storia di molte scoperte che hanno rivoluzionato la medicina e la ricerca è una storia di donne che restano dietro le quinte e di uomini che si prendono il merito e le luci della ribalta.

È successo nel caso della prima cura antibiotica per la tubercolosi, con la scoperta della streptomicina per mano di Elizabeth Jane Bugie (1920-2001). Peccato che la Bugie lavorasse con il professore Selman Waksman, che si prese il merito della scoperta e fu premiato con il Nobel nel 1952. Waksman sostenne che da lì a poco la sua “collaboratrice si sarebbe sposata” e che per questa ragione era inutile includerla nel paper ufficiale.

Come se non bastasse, si deve a un team – quasi del tutto al femminile – lo sviluppo della metà degli antibiotici comunemente usati oggi: ma i loro nomi sono conosciuti esclusivamente da addetti ai lavori. Sono Doris Irasimus Jones Ralston, Vivian Rosenfeld Schatz, Hilda Christine Reilly, Elizabeth Schwebel Horning e Dorris Jeanette Hutchinson.

La stessa storia della penicillina – il primo antibiotico al mondo che, a partire dalla seconda guerra mondiale, salverà milioni di persone – si intreccia a quella della disparità di genere. Nel 1945, come ricostruisce la rivista Micron, l’Accademia di Stoccolma premiò il medico e biologo britannico Alexander Fleming con il Nobel per la Medicina. Insieme a lui furono insigni del Nobel anche due altri  uomini: il biochimico tedesco Ernst Boris Chain e l’anatomopatologo australiano Howard Walter Florey. Sono loro, infatti, che riuscirono a isolare a eseguire i primi test in vivo e poi i trial clinici sugli uomini.

Ma la penicillina di Fleming aveva una resa bassa e instabile e dopo poco venne abbandonata: l’obiettivo era trovare il modo di produrre più penicillina possibile e più velocemente per ridurre le perdite di vite umane causate dal secondo conflitto mondiale.

E a dare una svolta al processo produttivo, ancora una volta, pare sia stata proprio una donna di cui, tanto per cambiare, si sa molto poco: Mary K. Hunt, nata nel 1910 e cresciuta a Chicago, aveva studiato batteriologia e quando venne assunta nel laboratorio del NRRL, sarebbe stata incaricata di girare per i mercati in cerca di prodotti ortofrutticoli andati a male per trovare una muffa capace di produrre penicillina in abbondanza.

A quanto pare Mary riuscì benissimo nel suo compito: trovò un cantalupo – una varietà di melone dalla superficie ruvida e la polpa giallo-arancio  – che presentava una bella muffa dorata, la muffa che tutti stavano cercando, il fungo Penicillium chrysogenum. A partire proprio da quella scoperta del cantalupo scovato da Mary K. Hunt, iniziò la produzione del farmaco su scala industriale. Ma per quel formidabile lavoro, la donna ricevette solo un timido ringraziamento, tra gli altri, in coda a un articolo pubblicato nel 1944. Niente di più.

Ricostruire il contributo delle donne nella medicina e nelle scienze del passato è difficile: molte figure femminili non lasciarono alcuna traccia del loro lavoro, spesso considerato inopportuno, scomodo o pericoloso per lo status quo maschile.

Eppure, nel mondo islamico, una delle culture antiche più patriarcali, le donne medico frequentavano regolarmente, accanto ai loro colleghi uomini, la Scuola di Baghdad. Ma sapete dove si narra della loro esistenza? No, non nelle cronache occidentali. Ma nei racconti de “Le mille e una notte”, la raccolta di novelle che narra – a partire dal 900 d.C. – di principi e imprese, di amori e stregonerie, di geni prigionieri di una lampada e di califfi.

E di donne medico che ancora, nel ventunesimo secolo, faticano ad avere il posto che meritano nella storia.

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