Un altro genere di politica

Il corpo libero delle donne

di Nicole Rubano

Con apparente facilità, si può inserire, tra i dibattiti femministi contemporanei, il tema della libertà di scelta di una donna di cosa fare del proprio corpo. Postare una foto in bikini sui social network, essere una modella, essere un’influencer, e, poi, fare la sex worker. Esporre il proprio corpo è considerata una scelta di autoaffermazione, emancipazione, in cui la donna ha potere decisionale sulle modalità in cui esercitare una delle attività citate. Un corpo a servizio dell’industria fashion e beauty, un corpo come strumento di vendita promozionale sulle piattaforme digitali, un corpo da destinare al sex trade. 

Eppure, le controversie legate al corpo libero della donna sono ancora vive. Dagli anni ’50 in poi, ci sono state decadi di perbenismo alternate alla liberalizzazione sessuale dei ‘70 e alla trasgressione dei ’90. Così, è ancora difficile stabilire la linea sottile tra potere e vulnerabilità del corpo femminile. Poi, ancora più ambiguo è il contesto in cui a corpo femminile si aggiunge il tabù del sesso, tutt’ora pesante in paesi con forti influenze culturali religiose, tra cui l’Italia.

Approfondire questo punto è, ancora oggi, essenziale. Sebbene si pensi che un aggiornamento delle normative in vigore sia in grado di rimuovere lo stigma e le critiche morali e sociali verso il lavoro sessuale, è in realtà un dibattito sul potere e la vulnerabilità delle donne il punto di partenza da cui riformare il modo di percepire il sex work.

Secondo la filosofa e attivista Iris Marion Young, le sex workers sono indistintamente vulnerabili. Tanto nei paesi sviluppati quanto sottosviluppati, tanto negli stati con modelli regolamentaristi della prostituzione quanto negli stati abolizionisti e proibizionisti. Si tratta, infatti, di una vulnerabilità di genere di tipo strutturale. 

Nel sex trade, “la costruzione genderdizzata della sessualità crea significati intorno ai servizi scambiati e determina come gli individui sono in grado di partecipare nello scambio”. Così, la struttura dell’industria sessuale globale diventa lo specchio di come donne e uomini sono percepiti in base ai pregiudizi di genere. Stereotipi di eteronormatività, desideri e aspettative nei rapporti sessuali si riversano nell’organizzazione dell’industria sessuale ristabilendo dinamiche di potere a vantaggio esclusivo degli uomini. Ne deriva, quindi, dal lato delle donne che intendono emanciparsi tramite il lavoro sessuale, una vulnerabilità contrattuale, sociale e politica smisurata.

Lo dicono i numeri. In proporzione:

  • la grande maggioranza delle persone che offrono servizi sessuali sono donne e ragazze
  • la grande maggioranza delle persone che comprano servizi sessuali sono uomini
  • la grande maggioranza delle persone che gestiscono i servizi sessuali (trasporto di sex workers, organizzazione di infrastrutture per il sex trade) sono uomini

A ciò, si aggiungono le condizioni di lavoro in cui, fatta eccezione per le alte remunerazioni di escort di lusso e call-girls, il beneficio di essere pagate non è comparabile al costo di esercitare una professione senza garanzie assicurative e con il rischio di subire abusi e punizioni fisiche. Invece, ciò non avviene per chi si occupa del sex trade, a cui spettano alti profitti, a prescindere dalla legalità o illegalità del servizio.

In altre parole, l’industria globale del sesso premia chi gestisce il servizio – principalmente uomini – anziché chi lo offre – principalmente donne –, nonostante ci siano casi in cui l’attività sia regolamentata e nonostante l’attività sia stata liberamente scelta dalla donna come fonte di guadagno.

Le “donne come gruppo”, sottolinea Young, sono svantaggiate a causa dello stereotipo sessuale per cui la donna dà piacere all’uomo, come propinato da anni dalla pubblicità, la pornografia, l’intrattenimento sui media.

A ciò, la soluzione è, dunque, la decriminalizzazione e regolamentazione del sex work. La tutela delle sexworker, il monitoraggio e miglioramento delle condizioni di lavoro, la possibilità di rappresentare in politica le istanze legate alla professione attraverso sindacati e lobby, la riduzione della gestione illegale del sex trade sono aspetti che solo un modello regolamentarista può offrire. In aggiunta, però, per ridurre lo stigma legato al lavoro sessuale, è importante anche che la regolamentazione includa delle misure sensibili alla posizione di vulnerabilità delle donne.

Bisogna riconoscere, infatti, che per quanto allettante sia l’idea di emancipare una donna sex worker con leggi progressiste e anti-moraliste, è altrettanto importante risolvere le disuguaglianze di genere che, globalmente, strutturano questo settore.

Come riorganizzare il sex trade con criteri di parità di genere?

Questa è la vera sfida di emancipazione sul tema del sex work, su cui poi costruire una regolamentazione. Fermarsi al tema di rendere la donna libera di essere una sex worker non è abbastanza, né moralmente né politicamente. Le donne, tutte, meritano più di un dibattito monco e cieco sulla libertà.

Tratto dalla raccolta Gender and Global Justice di Alison M. Jaggar (2014)

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