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Biotecnologie: cosa, come, perché

Di Davide Ederle

Premessa
Quando si parla di biotecnologie è necessaria una premessa. Le biotecnologie non si occupano di “ricerca”, si occupano per definizione di innovazione. Compito delle biotecnologie è infatti il trasformare le conoscenze biologiche in beni e servizi. Sapere che l’insulina controlla i livelli di glucosio nel sangue è biologia, creare da questo sapere un farmaco che permetta ai diabetici di condurre una vita normale è biotecnologia.

Un po’ di storia
Le biotecnologie seguono la storia dell’uomo da migliaia di anni e continuano a farlo. Abbiamo cominciato con la domesticazione di piante e animali facendo nascere l’agricoltura circa 10.000 anni fa, per poi via via sviluppare prodotti che in natura non esistevano come gli alimenti fermentati (pane, vino, birra, formaggi) e molto altro.

Il vero salto di qualità per le biotecnologie si ha però a partire dagli anni ’60 dell’800 (con la nascita della microbiologia (Pasteur) e della genetica (Mendel), è da lì che si pongono le basi per la biotecnologia moderna. Il ‘900 ha visto l’innovazione biotecnologica diventare pervasiva in tutti i settori (dall’insulina agli antibiotici, dalla chimosina per la caseificazione alla rivoluzione verde in agricoltura). È oggi però che le biotecnologie vivono il loro momento più stimolante, trasformandosi da una scienza industriale ad una che ha il potere di essere personalizzata e rispondere ai bisogni specifici di ciascuno.

Tra le frontiere più interessanti che abbiamo oggi davanti:

La bioinformatica. L’integrazione degli strumenti informatici con le biotecnologie permette un cambio radicale di prospettiva permettendo di mettere in relazione e gestire 1 mol di dati e norme. Oggi non solo è possibile monitorare dare moto lo stato di salute, ma anche aiutare i sistemi sanitari a fare incontrare paziente e terapia ottimizzando risultati e riducendo costi.degli strumenti informatici con le biotecnologie permette un cambio radicale di prospettiva permettendo di mettere in relazione e gestire 1 mol di dati e norme. Oggi non solo è possibile monitorare dare moto lo stato di salute, ma anche aiutare i sistemi sanitari a fare incontrare paziente e terapia ottimizzando risultati e riducendo costi.

La medicina di precisione. Grazie alla riduzione dei costi di sequenziamento del DNA, passato in soli vent’anni da oltre 100 milioni a meno di 1000 $ a genoma, possibile personalizzare le terapie sulla base del profilo genetico del paziente o della patologia. Meraviglioso è l’esempio di CAR-T, che consente di utilizzare il tumore, sviluppare anticorpi specifici, farli esprimere dal sistema dalle cellule del sistema immunitario del paziente e consentirgli così di “autocurarsi”.

Il genome editing. Un’altra tecnologia molto promettente è CRISPR che consente di modificare in modo mirato il DNA di un organismo “correggendo” ad esempio in modo definitivo malattie genetiche, ma anche, in pianta, di sviluppare nuovi caratteri superando i limiti degli OGM.

La Bioeconomia. Uno dei ruoli più importanti delle biotecnologie è quello di sviluppare un’economia circolare che porti a una progressiva sostituzione delle fonti fossili come materie prime. Necessario trovare fonti rinnovabili e processi che, usando aria, acqua e luce, riescano a produrre la maggior parte di quello che ci serve, dai combustibili all’energia, dai materiali ai farmaci.

La domanda decisiva
La domanda, legittima, è se siamo pronti a cogliere queste e altre opportunità offerte dalle biotecnologie.

La risposta è sì.

Siamo il paese con il più alto numero di pubblicazioni scientifiche per ricercatore e siamo settimi a livello mondiale in assoluto.

Siamo quarti per numero di aziende biotech in Europa e il settore vale oltre 12 miliardi.

Abbiamo 25.000 professionisti, i biotecnologi, che lavorano alla sua crescita, che si mantiene su ritmi a doppia cifra anno dopo anno.

Tutto a posto quindi? Purtroppo no. I dati ci dicono infatti che molti di questi professionisti se ne vanno, non per fare esperienze e ritornare, ma per fuggire da un Paese che pare non volerli.

 

 

Manca infatti un loro reale riconoscimento e valorizzazione. Spesso il nostro Paese pensa più a come impedire loro di lavorare, incasellandoli in strutture che potevano funzionare nel 1800, costringendoli, pagando, a sottostare a obblighi inutili, divieti e norme che invece di semplificare loro la vita e creare nuove opportunità, la complicano riducendole.

Servirebbe invece un Paese capace di creare ecosistemi che facciano incontrare i bisogni delle persone (e del mondo industriale) con la ricerca, un Paese capace di aiutare in modo concreto la nascita di nuove imprese e che permetta loro di lavorare invece di spendere il proprio tempo e (poche) risorse in adempimenti sempre più complessi. In sostanza servirebbe un nuovo patto intergenerazionale capace di  guardare ai bisogni reale del Paese superando gli ostacoli creati dalle rendite di posizione. Per tornare a crescere, insieme.

L’alternativa? Lasciare andare le nostre menti migliori e, con loro, un motore di sviluppo del Paese, accontentandoci di comprare da altri le innovazioni di cui abbiamo bisogno. Non certo un gran guadagno.

L’Associazione Nazionale Biotecnologi Italiani esiste per questo.

 

*Presidente ANBI
www.biotecnologi.org

 

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