Un altro genere di politica

Le donne e lo smart working: il sondaggio di Lean In

di Diana Severati

Nell’ormai lontano 2014 ad un aperitivo degli Alumni AIESEC a Roma, momento in cui si incontrano diverse generazioni di persone che hanno fatto l’esperienza di AIESEC ai tempi dell’università, ho conosciuto Laura Dell’Aquila, che in quell’occasione ha parlato alle donne presenti della sua idea di fondare in Italia un circolo Lean In, di cui ora sono socia.

Cos’è Lean In? È un’organizzazione no-profit fondata negli USA nel 2013 da Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook, nominata dalla rivista Time tra le 100 persone più influenti al mondo. In seguito al grande successo del suo TEDTalk 2010 intitolato Why we have too few women leaders, Sheryl Sandberg ha deciso di scrivere un libro, Lean In: women, work and the will to lead, dove condivide le sue storie personali, utilizza ricerche universitarie per far luce sulle differenze di genere e offre consigli pratici per aiutare le donne a raggiungere i loro obiettivi. Lean In ha l’obiettivo di studiare le cause del lento progresso delle donne verso ruoli di leadership,di trovare soluzioni per aiutarle a realizzare pienamente il loro potenziale, superando le ambiguità e i pregiudizi che circondano le vite e le scelte delle donne che lavorano, e di promuovere l’attuazione dei principi di parità, di uguaglianza e di non discriminazione nel lavoro e nella vita. La struttura del network è costituita dai circoli, di varie dimensioni, e dai chapter, raggruppamenti di più circoli che hanno una matrice comune (ad esempio: un’area geografica, una grande società, oppure un’università). In Italia sono presenti il chapter Lean In Italy che mette in rete, oltre a Lean In Rome e Lean In Milan altri tre circoli italiani di piccole dimensioni. Lean in partecipa alla rete Inclusione Donna.

Ai tempi del Covid-19 non essendo possibile incontrarsi di persona gli incontri proseguono online.

Nell’ultimo incontro, svoltosi domenica 22 Marzo si è parlato di smart working, partendo da sondaggio su un panel di socie Lean In, del quale ho fatto parte dedicato ai cambiamenti delle modalità di lavoro a seguito dell’epidemia da Coronavirus, per poi condividere a turno la propria esperienza con lo smart working.

Dal sondaggio è emerso che 75% delle donne intervistate svolge lavoro dipendente. Il 90% del nostro campione ha conservato il posto di lavoro o l’attività nonostante le misure restrittive, anche se il 15% delle intervistate ha subito una riduzione dello stipendio o del fatturato. Solo il 15% lavorava da casa almeno un giorno a settimana e il Covid-19 ha portato una rivoluzione nella vita di molte. Dall’inizio di marzo infatti il 70% lavora da casa e il 50% ha dichiarato che è stato facile adattarsi.

Per quanto concerne l’orario di lavoro il 37,8% delle intervistate l’orario di lavoro è cambiato, per il 36,5&% no mentre per il restante 25,7% il parametro orario non è applicabile. Si legge spesso in questi giorni che le donne in smart working lavorano di più: il 50% del campione dichiara di no contro il 24,3% che dichiara di lavorare di più. Passando all’impiego del tempo liberato dal percorso casa ufficio, il 53% dichiara di utilizzarlo per se stessa, il 21% per lavoro di cura e il 26% dichiara nessuna variazione.

La presenza dei familiari in casa risulta avere un impatto positivo per il 59,5%, non applicabile per il 32,4% e negativo solo per l’8,6%. Sono emersi i seguenti aspetti positivi del lavoro da casa: autonomia, orario flessibile, più efficienza nel lavoro, gestione del tempo, imparare competenze digitali, migliore alimentazione, meno stress, più tempo libero per se stesse e per gli affetti, migliore conciliazione lavoro-famiglia, meno spese per il tragitto casa-lavoro, è un “salvagente” per mantenere il lavoro.

Per quanto riguarda invece gli aspetti negativi, sono emersi i seguenti: alcune attività non possono essere digitalizzate, il lavoro è meno fluido, sensazione di isolamento fisico, difficoltà di gestire i tempi casa-familiari-lavoro, sembra di lavorare senza limiti di orario, minore qualità della comunicazione/interazione, collegamenti alla rete e sistemi IT da migliorare, spazi per lavorare più ristretti e con meno privacy, la stranezza di mostrare il volto professionale ai familiari, si tende a non curare il proprio al look. Infine, più in generale e non solo con riferimento allo smart working, tra le abitudini che più mancano in questo periodo di quarantena spiccano la vira sociale, le relazioni con i colleghi, la libertà di movimento, la possibilità di visitare i propri cari e l’attività fisica e culturale.

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