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Emergenza, solo dall’Europa soluzioni e speranze di successo

Paolo Costanzo, Valerio Federico, Dino Rinoldi

Si susseguono gli appelli all’Unione europea perché intervenga per affrontare l’emergenza sanitaria, diventata emergenza economica e sociale. Questo accade perché si percepisce da parte di quasi tutti, si ragiona e si argomenta, che solo un’unione continentale ha modo di essere risolutiva in queste situazioni. Quella europea è la dimensione minima per costruire un successo. Lo riconoscono implicitamente anche i nazionalisti di ritorno. Solo all’Unione che c’è – contando sui suoi elementi federali, la BCE, gli strumenti di condivisione di rischi e garanzie, la stessa Commissione – si guarda per chiedere aiuto, e lo chiede anche chi si è sempre opposto a ogni devoluzione all’Europa istituzionale di maggiori poteri e capacità di bilancio e fiscale.

Ad incontrare le maggiori difficoltà nel dare le risposte adeguate ai propri cittadini sono gli Stati che non si sono pre-occupati, in tempi ordinari, di costituirsi adeguati spazi di manovra da attivare in presenza di gravi crisi come quella causata dall’attuale emergenza. Nonostante questo, proprio in occasione delle grandi crisi, da affrontare necessariamente con provvedimenti emergenziali, prevalgono istanze per l’ampliamento dei poteri degli Stati-nazione, quando invece servirebbe una regia sovranazionale con poteri effettivi transnazionali.

 

Si appellano oggi a titoli di debito comuni garantiti dall’Europa quelli che per anni hanno operato, più o meno surrettiziamente, per tornare alla moneta locale, brandendo lo slogan del “meglio soli” o del “chi fa per sé fa per tre”. Giova allora ricordare che:

 

  1. La BCE si è impegnata – e ha già cominciato – a comprare titoli di stato nazionali per almeno 750 miliardi complessivi, compresi quelli che nessuno vuole se non a tassi di interesse insostenibili. Oggi l’Italia paga l’1,5% agli acquirenti dei titoli decennali, la Spagna lo 0,6, la Francia zero. La parte destinata alla sottoscrizione dei titoli italiani è al momento di 220 miliardi di euro, pari a circa il 12% del PIL, e permetterà di finanziare il deficit necessario ad affrontare l’emergenza.
  2. La Commissione europea ha avviato il procedimento di deroga rispetto ai criteri di contenimento tanto del deficit annuale quanto del debito pubblico previsti dal Patto UE di Stabilità e Crescita (composto da regolamenti UE fondati sui Trattati istitutivi e quindi differente sia dal Fiscal Compact sia dal Meccanismo europeo di stabilità-MES che sono trattati extra UE). Si lascia così più spazio di spesa agli Stati-nazione. Ciò accade non perché si sia ceduto alle istanze di sovranisti e nazionalisti, ma perché è proprio il Patto stesso che prevede, in modo lungimirante, la “General Escape Clause”, alla quale si può ricorrere nei casi di emergenza, ma comunque lasciando alle istituzioni dell’UE necessari compiti di coordinamento al fine di evitare che i vari governi procedano in ordine sparso, come invece pare che alcuni in Italia pensino di poter fare.
  3. Il MES, organizzazione a sé stante la cui istituzione è stata resa possibile dai trattati UE, si applica ai 19 Stati della zona euro, dispone di un fondo di dotazione, sottoscritto dai diversi Paesi, in proporzione al loro peso economico. È così in grado di raccogliere ulteriori risorse, oltre agli 80 miliardi di capitale versato, attraverso l’emissione di titoli di debito a basso costo, solo grazie alla garanzia comune che più Paesi insieme possono assicurare. L’Italia potrebbe avere in prestito soldi pagando magari interessi per mezzo punto percentuale, rispetto all’1,5% che paga oggi a chi acquista i suoi titoli di stato. La funzione che è stata attribuita a questo Ente intergovernativo è quella di prestare denaro, in ultima istanza, ai Paesi della zona euro in difficoltà ed è attivabile a condizione di attuare politiche macroeconomiche responsabili per chi ne facesse uso, da qui i veti del M5S e dei sovranisti. Nel recente passato il Fondo predecessore del MES è servito per prestiti a Grecia, Portogallo e Irlanda. Anche per utilizzare questo strumento serve l’unanimità, ma la disponibilità dei Paesi del nord sembra esserci anche perché, a differenza che per gli eurobond, non comporterebbe un disavanzo del bilancio UE. Attivare oggi le garanzie del MES, trattandosi di garanzie a servizio di una molteplicità di Stati che stanno affrontando l’emergenza, dovrebbe poter comportare condizioni “leggere” a cui legare le emissioni, condizioni che pure è logico si prevedano per assicurare un utilizzo definito e virtuoso di questi fondi. Il MES ha anche il vantaggio di essere uno strumento pronto e immediatamente utilizzabile.
  4. Gli Eurobond sono titoli che permetterebbero di raccogliere denaro che, a mo’ di esempio, potrebbe essere utilizzato per assicurare ammortizzatori sociali ai cittadini europei. Un’emissione di Eurobond da parte della UE (attraverso la BCE o la BEI, Banca europea per gli investimenti, che ha il vantaggio di decidere a maggioranza semplice, che si farebbero garanti) porterebbe nuovo deficit per il bilancio dell’Unione o della BEI, laddove ci fossero inadempienze da parte dei singoli Paesi che, beneficiando di prestiti, naturalmente farebbero più deficit. Gli Eurobond prevedono dunque una condivisione dei rischi tra Paesi e maggiori timori si avrebbero per le economie “sane”, visto che se uno Stato non dovesse essere in grado di far fronte alla propria quota sarebbero gli altri Paesi a doverla coprire. Gli Eurobond non garantirebbero, sia chiaro, i debiti esistenti, fatti soprattutto da Paesi che, peraltro, non hanno rispettato negli anni i patti UE da loro sottoscritti. Lorenzo Bini Smaghi ha recentemente ricordato che proprio una maggiore integrazione economica europea, che passi dalla modifica dei trattati in senso federalista, renderebbe meglio utilizzabile questo strumento, alla faccia dei sovranisti che oggi li invocano. Gli Eurobond necessitano comunque di più tempo per essere messi a punto come strumento, e anche la loro fruizione, in ogni caso sarebbe legata a una certa condizionalità, vincolati come sarebbero a certi specifici capitoli di spesa.
  5. In presenza della crisi l’Unione ha deciso che le regole previste dai Trattati in materia di “aiuti di Stato” (interventi che alterano la concorrenza), regole la cui applicazione è controllata dalla Commissione, siano allentate per quanto riguarda gli aiuti destinati a far direttamente fronte all’attuale emergenza.
  6. L’Unione (Commissione e Parlamento europeo) ha attivato una procedura d’urgenza per destinare 37 miliardi, 9 per l’Italia, per la crisi in corso prendendoli dai “fondi di coesione” stanziati nel ridotto bilancio UE (che ammonta a circa l’1% del PIL degli Stati membri: 244 euro all’anno per ogni cittadino europeo!).
  7. L’Unione ha contrastato efficacemente limitazioni all’invio di mascherine all’Italia, in provenienza da Stati UE come Germania e Francia, e ha attivato una procedura europea di acquisto di materiale sanitario che si è chiusa il 18 marzo con numerose offerte: ciò è stato ignorato dalla propaganda sovranista.
  8. L’Unione ha più in generale impedito la chiusura delle frontiere proprio per i materiali sanitari (mentre Turchia e Vietnam, Paesi non UE, hanno stoppato in frontiera forniture regolarmente destinate all’Italia).
  9. L’Unione ha finanziato e contribuito a coordinare il rimpatrio di cittadini europei bloccati in Paesi      extra UE da provvedimenti emergenziali quali la sospensione dei voli.
  10. L’Unione finanzia la ricerca urgente per lo sviluppo di un vaccino per l’epidemia di Covid 19, coinvolgendo 136 gruppi di ricerca in Stati UE e non solo, col compito anche di individuare nuove cure, test diagnostici e sistemi medici per impedire la diffusione del virus. Il Consiglio Europeo della Ricerca (Erc) ha appena finanziato con 450 milioni di euro 185 progetti di frontiera, dai virus ai tumori al cambiamento climatico, di questi 11 saranno condotti in Italia. Le ricerche porteranno alla creazione di circa 1800 nuovi posti di lavoro.
  11. La Commissione europea ha annunciato un fondo solidaristico di sostegno al reddito dei lavoratori di aziende che la pandemia ha messo in difficoltà. Il fondo avrà risorse fino a cento miliardi di Euro.

 

Gli ostacoli a questo aiuto comune vengono essenzialmente dagli Stati-nazione, intenti a concentrarsi sul mantenimento della propria impotente sovranità. È infatti nel Consiglio europeo – che è istituzione dell’Unione – che emergono paure, calcoli ed egoismi degli Stati-nazione, rappresentati in quell’organismo dai capi di Stato e di Governo, in merito a decisioni che prevedono l’unanimità in tante materie, quale la possibilità di emettere eurobond, dunque consentendo anche a un solo Stato di imporre il veto. Non risulta che i nostri sovranisti abbiano avviato campagne politiche per superare questo meccanismo sovranista.

Certo, va detto che è la dissoluta gestione economica di alcuni Paesi del sud Europa, tra i primi il nostro, nei quali l’entità del debito è largamente maggiore del PIL e che in periodi prosperi non “usano” ridurre il debito, a portare gli altri Stati a non fidarsi di una gestione comune, di una condivisione del rischio. D’alta parte è difficile far capire perché un Paese – l’Italia – con altissima evasione fiscale e notevolissima percentuale di lavoro nero (lavoratori dei campi, colf e badanti, ecc.) debba esser sostenuto nell’emergenza da un aiuto comune europeo che finisca per esser rivolto anche a queste categorie: eppure dovremo riuscirci.

La Germania mette oggi in campo 156 miliardi a debito per affrontare la crisi; se l’Italia facesse lo stesso, deficit 2020 aggiuntivo per 156 miliardi, il rapporto deficit/PIL, quello per intenderci che per la UE non può superare il 3%, raggiungerebbe il 10,6% e considerando un crollo del PIL nell’ordine del 6,5% in Italia, come previsto da Prometea, il rapporto deficit/PIL salirebbe all’11,5%. Goldman Sachs riporta del resto che l’Italia rischia un deficit al 10%.

Rispetto alla Germania la realtà dell’Italia è ben diversa: oggi ha stanziato 25 miliardi a deficit con un rapporto deficit/PIL, calcolato al netto degli enormi impatti sul PIL derivanti dal blocco causato dall’emergenza sanitaria, che raggiungerebbe il 3,5%. La Francia ad oggi ha previsto interventi diretti per 45 miliardi, il Regno Unito per 56. Questo stato di emergenza ha portato a una sorta rimozione collettiva dei risultati economico-finanziari portati dai governi Conte, aumento della pressione fiscale, frenata della crescita dell’occupazione, decelerazione della crescita dei consumi, la peggiore flessione della produzione industriale da 6 anni a questa parte, aumento della spesa improduttiva, riduzione del PIL e aumento del rapporto debito/PIL, un quadro complessivo che limita oggi la possibilità di intervenire.

 

Certo è che il maggiore deficit del 2020 dovrà essere di carattere straordinario e non dovrà riflettersi in interventi che comportino un aumento della spesa pensionistica o di altre componenti di spesa che inevitabilmente attingano dalla fiscalità generale. Al contrario, gli interventi dovranno essere ben calibrati e tali da permettere una ripresa massiccia che induca l’avanzo primario ad attestarsi ad una percentuale accettabile del PIL.  Il Paese non ha comunque ampi spazi di azione, avendo fatto, nelle ultime manovre di bilancio, eccessivo ricorso al deficit per finanziare spesa pubblica improduttiva, permanente e progressiva.

 

Per il 2021 il governo ha recentemente ribadito l’irrealistica previsione di un deficit all’1,8%. La NADEF prevedeva per il prossimo anno una riduzione da 2,2% a 1,8, ora invece la riduzione dovrebbe essere da 3,5% del 2020, per via del decreto Cura Italia, a 1,8 comportando una correzione da 23 miliardi circa in più rispetto a quella prevista. A questi 23 miliardi ne vanno sommati 20,1 per evitare l’aumento previsto di clausole IVA e accise, 2 miliardi in più per confermare il taglio del cuneo fiscale come riconosciuto dal MEF  e 7 miliardi per una serie di spese indifferibili, bonus, sconti fiscali, impresa 4.0, da rifinanziare (come ricordato da Rogari e Trovati su Il Sole24ore). Considerando ulteriori misure espansive di supporto al post-emergenza e maggiori interessi che pagheremo per uno spread forse più alto rispetto a quello precedentemente previsto dal governo (tra 130 e 150 punti), difficilmente serviranno dunque meno di 70 miliardi per rendere sostenibili i conti 2021 con la manovra sulla quale lavorare dal prossimo autunno.

Tornando all’Unione europea di oggi, cos’altro dunque potremmo attenderci nel breve periodo?  Certamente un’unione non compiutamente federale, né confederale, ma almeno intenta a un percorso, osteggiato dai sovranisti, di integrazione volto a garantire indipendenza e tenuta economica al nostro Continente. Un percorso che magari proprio l’attuale pericolo può rafforzare, sol che se ne vogliano sfruttare le opportunità.

E, infine, siccome crediamo nella conoscenza (conoscere per deliberare diceva Luigi Einaudi, che è stato fra gli ispiratori di Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, Ursula Hirschmann nella loro istanza di federalismo in pieno disastro bellico), non impicchiamoci a singole parole, leggiamo bene. Clamoroso è ad esempio il polverone, la “cagnara”, sollevatasi per le parole della Presidente della Commissione europea Von der Leyen, che, dopo aver ricevuto lodi sperticate (e rialzi di Borsa) per aver detto “Daremo all’Italia tutto ciò che chiede”, così correggendo la sconsiderata affermazione della Presidente BCE Lagarde (“Non siamo qui a chiudere gli spread”), è stata subissata d’improperi quando ha bollato come “slogan” la questione dei possibili “Corona bond”. Ma cos’ha davvero detto, nella propria lingua madre, il tedesco? Ha semplicemente sottolineato che non si possono usar parole – “Corona bond”, appunto – come slogan (“Schlagwort”), bisogna usare invece “responsabilità” (“Haftung”). Come darle torto, in un tempo in cui tutti avanzano un’articolata e variegata panoplia di diritti e assai poco pensano ai doveri, meno ancora alla responsabilità, anzitutto la propria?

 

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