Un altro genere di politica

Donne, informal carework e coronavirus

di Silvia Melia

L’emergenza della diffusione del coronavirus sta influenzando profondamente ogni aspetto della vita di ciascuno di noi. Per fronteggiarlo sono state infatti introdotte misure rigide di comportamento e di buon senso civico sicuramente necessarie affinché se ne limiti il contagio. Al di là delle implicazioni strettamente individuali, l’economia è uno dei settori maggiormente colpiti che darà conseguenze a lungo termine e che determinerà scelte difficili per la politica italiana non appena, ci auguriamo, tutto questo sarà finito. Occorre in questa fase focalizzare e tentare di arginare gli effetti che questa emergenza sta producendo fin dal principio della sua comparsa. Ad esempio valutare lo stato della gestione dell’informal carework ovvero la serie di attività di supporto alle persone non autosufficienti assolto da genitori, parenti, amici, tuttavia assente come indicatore di produzione nell’economia globale.

Giovanna Badalassi spiega che «il capitalismo considera solo una parte delle attività umane, quelle della produzione e dunque retribuite nel “PIL”, e ignora invece tutte quelle attività di riproduzione sociale legate al benessere delle persone, […] creando quindi un’incapacità del sistema di vedere una parte fondamentale della nostra vita anche dal punto di vista economico». Il lavoro di cura è di fatto una realtà sociale necessaria al benessere comune, che produce valore economico ma che non viene conteggiata nella produzione globale di uno Stato poiché non retribuito. È altresì vero che la maggior parte di questo lavoro viene svolto dalle donne a seguito di un’evoluzione economica che ha progressivamente legato il genere femminile alla riproduzione sociale dello Stato, la quale comprende anche le attività relative alla cura delle persone non autosufficienti. Il lavoro di cura non retribuito è dunque diventato appannaggio della categoria femminile sulla base di una giustificazione quasi biologica: le donne sembrano essere, secondo tale visione, più adatte all’assolvimento di queste attività per una serie di caratteristiche ascrivibili al loro genere, fra tutte la capacità della gestione domestica.

In un sistema economico fragile come quello italiano che di per sé non incentiva la parità di genere nella gestione dell’informal carework, al presentarsi di un’emergenza sanitaria come quella del coronavirus che ha determinato la chiusura di scuole e asili e il venir meno di servizi essenziali all’espletamento di questo tipo di cura, le donne sono maggiormente penalizzate nel loro lavoro fuori casa, le prime a dovervi spesso rinunciare. Questo è un grave problema che colpisce oltre il dato economico soprattutto i progressi che si tentano di fare in direzione della parità fra uomini e donne. La questione scava dunque nei meandri della cultura sociale che ad oggi fatica a scardinare alcuni dogmi ormai rivelatisi obsoleti nelle società contemporanee. Il ruolo della donna, a fronte di numerose battaglie e rivendicazioni, è infatti completamente cambiato rispetto a qualche decennio fa e anche le valutazioni che si fanno su quelle che si ritengono essere caratteristiche confacenti a un genere piuttosto che a un altro hanno ormai perso di validità. Ancora oggi in Italia si ritiene che lavorare e formare una famiglia sia per le donne difficilmente conciliabile. Ma è anche vero che la ricchezza prodotta dalle stesse è pari al 41,6% del PIL e che sono le donne ad aver svolto 50 miliardi e 694 milioni su 71 miliardi e 353 milioni (ovvero il 71%) di ore di lavoro non retribuito per attività domestiche, cura di bambini, adulti e anziani della famiglia, volontariato, aiuti informali e spostamenti legati allo svolgimento di tali attività (Istat, 2014). Percentuali molto significative che rendono chiara la disparità nella gestione dell’informal carework e la consapevolezza che tanto si debba ancora fare per dare supporto al lavoro femminile.

Apportare delle modifiche alla situazione attuale tocca senza ombra di dubbio alla politica la quale, ancora prima dell’esplosione di una pandemia come quella da coronavirus, avrebbe dovuto e in questo caso dovrà in futuro mettere in atto misure che favoriscano maggiore uguaglianza in questo settore, conciliando il lavoro di produzione e di riproduzione tanto per gli uomini quanto per le donne. Dando impulso a servizi sociali che consentano di ridistribuire le ore lavorate fuori casa e quelle relative alla cura delle persone care, si risponderebbe positivamente alle necessità delle donne lavoratrici senza che il loro senso di responsabilità gravi in maniera maggiore sulla propria affermazione sociale e lavorativa in tempi di emergenza come quelli attuali. Una politica lungimirante e intenta a eliminare le disuguaglianze dovrebbe incrementare il numero di posti negli asili nido, fornire maggiore assistenza agli anziani, fare in modo che le donne possano lavorare di più e meglio, anche dal punto di vista contrattuale e retributivo. Investire nel sociale e nelle scelte economiche direttamente influenti sulla condizione femminile porterebbe, come visto, a un incremento del PIL nazionale e al miglioramento delle condizioni sociali di ciascuno nel nome della sostenibilità e dell’inclusività.

La stessa Badalassi ci invita dunque a riflettere sulla questione promuovendo misure di cambiamento a emergenza finita. Rifacendosi alle argomentazioni dell’economia femminista, sollecita infatti un’azione decisa che possa «valorizzare le capacità delle donne […] migliorare l’azione degli Stati e gli strumenti di politica pubblica per impedire alle logiche distorte del mercato di sterminarci tutti, che se non stiamo attenti un giorno di questi sono capaci di riuscirci veramente». Non possiamo che accogliere queste proposte e pretendere una politica di vera responsabilità per porre fine a una forma di esclusione nei confronti delle donne che ha avuto modo di perpetrarsi finora, durante e ben prima della diffusione del coronavirus.

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