Un altro genere di politica

Se il revenge porn sbarca su Telegram

di Francesca Mercanti

Oggi Wired ha pubblicato un’inchiesta  che racconta di come Telegram sia diventato un canale enorme per la diffusione e scambio di materiale “revenge porn” come anche materiale pedo pornografico.

I dati a cui fa riferimento l’articolo sono agghiaccianti: “43mila iscritti in due mesi, 21 canali tematici collegati e un volume di conversazioni che si aggira sui 30mila messaggi ogni giorno”.

Quello dei gruppi che hanno per tema lo stupro virtuale di donne, ragazze e bambine (sconosciute e non) a cui viene rubata e violata l’identità e la privacy e di conseguenza la propria vita per sempre, non è un fenomeno isolato e non riguarda poche decine di persone abbiette ma è una dimostrazione di come la cultura dello stupro sia al contrario ben radicata nella nostra società.

Padri, fratelli, fidanzati, mariti, ex, tutta la categoria del genere maschile è partecipe in modo trasversale con un unico fine: quello di rivendicare il proprio potere sui corpi e le vite delle donne, negando loro dignità e libertà.

Come viene ricordato nell’articolo, “dallo scorso mese di luglio, l’Italia si è dotata di una legge per contrastare il fenomeno del revenge porn, che prevede una reclusione fino a 6 anni e multe da 5mila a 15mila euro. Uno strumento giuridico prezioso, che riconosce finalmente la necessità di tutelare le vittime di violenza su internet e che alcune delle donne raccontate in questo articolo potranno utilizzare per ottenere giustizia. Le loro vite, quelle no, probabilmente non torneranno mai più quella di un tempo: la battaglia culturale, da questo punto di vista, è appena iniziata”.

La battaglia culturale va portata avanti attraverso l’impegno della scuola, delle istituzioni e dei media per poter scardinare i meccanismi che continuano a diffondere la cultura dello stupro in tutti i settori della nostra società a partire dalla famiglia.

Ma noi donne cosa possiamo fare nel nostro piccolo?

Non dobbiamo aver paura di denunciare se ci troviamo coinvolte. Non dobbiamo pensare di essere sole poiché abbiamo una legge che ci tutela, non dobbiamo pensare che sia impossibile cambiare dei modelli culturali  che sono aberranti.

E infine dobbiamo ribellarci: ribellarci a chi minimizza, ribellarci a chi ci dice di farci una risata, ribellarci a coloro che continuano a rimanere indifferenti a quello che altro non è che un invito alla violenza di gruppo.

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