Un altro genere di politica

Digital divide: Stato, nuove disuguaglianze e primato delle competenze

di Alessandra Senatore

L’emergenza imposta dal COVID-19, con le sue implicazioni restrittive sullo svolgimento della vita quotidiana delle persone, trascina con se l’acuirsi di nuove disuguaglianze, che impongono oggi più che mai interventi infrastrutturali e strutturali capaci di contrastare in modo decisivo uno dei fenomeni cruciali della società dell’informazione.

Parliamo del digital divide, ovvero della divisione tra chi ha accesso a internet e chi no. Vuoi per forza o per scelta di chi lo subisce, che sia di natura infrastrutturale (assenza di accesso alla rete) o che derivi da carenze culturali in termini di alfabetizzazione informatica, che riguardi larghe fasce della popolazione o le piccole imprese, il divario digitale rappresenta nel nostro paese una grave causa di disuguaglianza ed esclusione, oltre che uno dei principali fattori critici di successo per la competitività del nostro tessuto socio-economico.

Si può ragionevolmente affermare che Internet in considerazione delle sue enormi e straordinarie potenzialità applicative, è di fatto un imprescindibile fattore di sviluppo dell’intera società. Non a caso, il Consiglio sui diritti umani delle Nazioni Unite ha considerato espressamente Internet alla stregua di un diritto fondamentale dell’uomo, ricompreso nell’art. 19 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e del cittadino.

A partire dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso, comincia a diffondersi la tesi secondo cui il mancato utilizzo di Internet possa dare luogo a una nuova forma di disuguaglianza sociale che si manifesta nel gap esistente fra gli information haves e gli havenots e che, pertanto, richiede l’elaborazione di specifiche politiche pubbliche volte a garantire effettive condizioni di accesso ad Internet.

Malgrado i numerosi progetti promossi e le iniziative messe in campo negli ultimi 20 anni, ad oggi la situazione italiana presenta ancora un ritardo significativo nell’evoluzione del fenomeno, collocando l’Italia ben al di sotto della media europea.

Tra le categorie più minacciate dall’esclusione digitale vi sono i soggetti anziani (cd. “digital divide intergenerazionale”), le donne non occupate o in particolari condizioni (cd. “digital divide di genere”), gli immigrati (cd. “digital divide linguistico-culturale”), le persone con disabilità, le persone detenute e in generale coloro che, essendo in possesso di bassi livelli di scolarizzazione e di istruzione, non sono in grado di utilizzare gli strumenti informatici.

Alla fine di Gennaio l’ISTAT rilevava che in Italia il 25% delle famiglie è ancora “fuori” da internet. Persiste il gap tra Nord e Sud del paese e gli investimenti delle imprese in risorse per il digitale restano ancora scarsi ( solo 3 su 10 investono in tecnologie e competenze digitali).

Le due principali variabili che maggiormente influiscono sull’evolversi del fenomeno sono il livello di diffusione e la qualità delle infrastrutture di rete, ed il livello medio di competenze necessarie all’utilizzo funzionale ed evoluto delle nuove tecnologie. Se da una parte la diffusione delle connessioni a banda larga, seppure ancora al di sotto della media europea, in Italia è notevolmente migliorato dal 2017, i dati relativi al livello di competenze – soprattutto quelle di base – dei cittadini, sono molto più critici evidenziando un forte divario tra le famiglie che è riconducibile soprattutto a fattori generazionali e culturali.

Gli esiti negativi della stratificazione di queste disuguaglianze appaiono, paradossalmente, quanto più evidenti ed urgenti, proprio nel momento in cui l’emergenza socio-economica, indotta dall’emergenza sanitaria, produce un’accelerazione del digitale quale principale mezzo per ripensare a nuove forme di gestione della vita quotidiana e a nuovi modelli relazionali capaci di contrastare l’isolamento sociale.

Lo stato delle cose e i dati sopracitati suggeriscono alcune riflessioni decisive nell’analisi del fenomeno e sulla relativa necessità che si mettano in campo delle politiche per contrastarlo.

Rispetto alla prima delle variabili che incidono sulla possibilità di ridurrà il digital divide, ovvero la disponibilità di connessioni a banda larga per tutti, c’è da dire che al momento le norme europee ed italiane non garantiscono la copertura banda larga, ma solo la connessione base dial – up (che è collegata alla semplice presenza della linea telefonica, che è invece garantita). Agcom sta da tempo rivedendo il concetto di diritto universale in questa materia, valutando di inserire appunto anche la connessione banda larga. Ciò imporrebbe un obbligo di copertura da parte dell’operatore dominante (per noi Tim), sovvenzionato da un fondo comune tra gli operatori (ora usato per assicurare la copertura della linea telefonica universale).

In un siffatto scenario, considerato non solo il valore strategico della rete dal punto di vista economico, per le sue possibili applicazioni, ma anche l’enorme potenziale positivo sullo sviluppo stesso della società e tenuto conto della velocità con cui le cose evolvono -soprattutto nel progresso spinto dal digitale – sembra quanto mai giustificato ed opportuno un intervento dello Stato che, come già fatto in passato, possa ovviare al fallimento del mercato, continuando ad investire nelle infrastrutture di rete necessarie a diffondere capillarmente le connessioni a banda larga e non solo, anche laddove il privato non ha convenienza ad investire. L’accesso con la connessa partecipazione al mondo digitale si configura ormai con tutte le peculiarità del bene pubblico che pertanto va garantito a tutti i cittadini.

Per quanto riguarda l’altra variabile ancor più determinante per contrastare il divario digitale, che è la dimensione cognitiva, ovvero la maggiore o minore diffusione di competenze necessarie all’utilizzo delle nuove tecnologie, la riflessione anche qui, e a maggior ragione, non può prescindere dal reclamare una decisiva competenza dello Stato, ed un suo deciso intervento nel mettere in campo politiche attive di contrasto del fenomeno riconoscendole tra le proprie priorità.

Nella letteratura in materia prevalgono due diverse tesi, su quale sarà il naturale processo evolutivo del fenomeno, ma che in realtà appaio piuttosto come i due esiti possibili della maggiore o minore capacità dello Stato di intervenire con politiche efficaci.

In particolare, c’è la tesi cosiddetta della “normalizzazione” che sostiene la progressiva eliminazione del divario informatico, che andrà gradualmente a normalizzarsi sino ad esaurirsi totalmente, nella prospettiva di un progressivo livellamento delle competenze digitali, a c’è poi la tesi della “stratificazione” che invece opta per un crescente incremento delle disuguaglianze virtuali nate con la Rete, le quali, piuttosto che diminuire, sono destinate a protrarsi nel tempo con effetti sempre più discriminatori tra gli inclusi e gli esclusi.

Verosimilmente si può sostenere che saranno le scelte politiche che si faranno per contrastare il fenomeno a determinare l’avverarsi dell’una o dell’altra tesi e che il discrimine rispetto all’emergere di uno di questi due scenari evolutivi sarà l’intervento o meno dello Stato. Ed è chiaro che, essendo quello della normalizzazione lo scenario più giustamente plausibile a cui tendere, tutto si gioca sulla capacità di investire nella crescita e nello sviluppo delle competenze.

In fondo il digital divide come ogni situazione di disuguaglianza va affrontata rimuovendo gli ostacoli all’accesso, tra questi il principale, anche in questo scenario virtuale, resta la mancanza di conoscenza.

Investire in maniera importante sulle competenze e quindi sulla formazione è pertanto essenziale, a partire dalla scuola primaria e dalle conoscenze di base, ma agendo anche sulla riqualificazione professionale di dipendenti pubblici e privati, oltre che sull’alta formazione necessaria ad offrire quegli skills necessari alle imprese per investire nel digitale.

In conclusione il contrasto al digital divide, per tutte le implicazioni che si porta dietro in termini di tutela dei diritti di accesso e inclusione oltre che di potenzialità economiche e sociali inespresse,  deve rappresentare una priorità fondamentale dell’agenda politica nazionale, ma ad oggi non pare sia esattamente così, viste le risorse messe in campo negli ultimi anni. Probabilmente sarà proprio lo stato di emergenza in cui siamo, facendo da termometro al livello di alterazione in cui l’Italia si trova rispetto al resto dell’Europa, che imporrà necessariamente tra le terapie di “cura” per l’Italia anche il contrasto deciso alle nuove disuguaglianze digitali.

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