Un altro genere di politica

Smart Working e coronavirus

di  Antonella Lancellotti

I lavoratori che hanno immediatamente iniziato il lavoro da remoto, perché già tecnologicamente attrezzati, non stanno beneficiando dei vantaggi dello smart working descritti all’inizio. In molte abitazioni, si è creata una postazione di  lavoro fissa che non ha nessuna delle caratteristiche che distinguono lo smart working dal telelavoro. 

Nel 2017 è stata emanata in Italia la Legge 81 del 2017, che disciplina lo Smart Working o Lavoro Agile, definendolo come una modalità di esecuzione dell’attività lavorativa, che si svolge sia all’interno degli uffici aziendali e sia all’esterno, senza degli orari precisi ed utilizzando strumenti tecnologici.

In definitiva prevede una maggiore flessibilità degli spazi, lavorando da casa o nel parco o dalla biblioteca o magari davanti ad un cappuccino ed un cornetto.

Flessibilità degli orari che consente al lavoratore di coniugare la vita privata con la vita professionale e svolgere le sue mansioni con una maggiore responsabilità ed autonomia.

Dall’emanazione della legge ad oggi, in Italia, l’utilizzo dello smart working è cresciuto. Uno studio condotto dall’Osservatorio Smart Working, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano, ha evidenziato che, nel 2019, coloro che lavorano in smart working sono aumentati di circa il 20% rispetto al 2018. Circa il 58% delle imprese italiane ha introdotto questa modalità di lavoro nell’organizzazione aziendale.

I vantaggi per un’impresa che decide di applicare la Legge 81/2017 possono essere molteplici e riguardano principalmente la diminuzione dei costi di gestione (utenze, affitto di spazi, diminuzione dell’assenteismo, ecc.) e, soprattutto, l’aumento della produttività collegata al benessere del lavoratore, che riesce ad armonizzare la propria vita lavorativa e professionale.

Nonostante questa crescita e i vantaggi che ne derivano, molte imprese, oggi, si sono presentate impreparate e sono state costrette a escogitare le modalità opportune per poter attuare il decreto di contenimento e di gestione del COVID-19, che richiedeva il ricorso al lavoro da remoto.

Anche aziende di grandi dimensioni, negli ultimi anni, non hanno sviluppato la loro tecnologia in maniera tale da poter consentire il lavoro agile. In alternativa, alcune di esse, hanno attivato dei piccoli progetti indirizzati solo ad alcuni uffici, per verificarne l’effettiva efficacia. Sicuramente lo smart working si è sviluppato soprattutto nei ranghi alti della gerarchia aziendale. Sono principalmente i manager che ricorrono al lavoro agile, in quanto spesso sono costretti a viaggiare da una sede all’altra per riunioni o perché i loro sottoposti sono dislocati in differenti sedi.

Le nuove disposizioni in atto hanno fatto del lavoro agile una regola collettiva e globale, non più una scelta. Così, nell’affrontare l’emergenza, alcune imprese hanno chiesto ai propri dipendenti di utilizzare i loro dispositivi personali per lavorare da casa. Alcuni dipendenti hanno dovuto acquistare nuovi dispositivi tecnologici, sostenendo un costo imprevisto e magari inopportuno per il bilancio familiare vista l’incertezza economica che sta esplodendo nel nostro paese e nell’Europa, dimostrando senso di responsabilità verso il proprio lavoro.

Tuttavia, coloro che non erano in possesso di dispositivi informatici, sono stati esclusi dalla possibilità di poter lavorare da remoto, sono stati costretti a prendere ferie o sono hanno dovuto ricorrere agli ammortizzatori sociali.

I lavoratori che hanno immediatamente iniziato il lavoro da remoto, perché già tecnologicamente attrezzati, non stanno beneficiando dei vantaggi dello smart working descritti all’inizio. In molte abitazioni, si è creata una postazione di  lavoro fissa che non ha nessuna delle caratteristiche che distinguono lo smart working dal telelavoro.

E’ cambiato l’ambiente fisico, manca l’interazione tra i colleghi, ma gli orari sono quelli rigidi e fissi degli uffici e si lavora solo da casa e non dal parco, anche se quest’ultimo ora è uno dei luoghi chiusi per il contenimento del virus.

Tra le difficoltà di attuazione del lavoro da remoto, si aggiunge anche la chiusura delle scuole. Lavorare con i bambini diventa penalizzante, sopratutto per le donne, che per cultura sono quelle che si dedicano maggiormente alla cura dei propri figli. La cura richiesta dai figli, a casa per ben 24 ore con i propri genitori, aumenta e toglie lo spazio e il tempo da dedicare all’attività lavorativa e a se stesse.

Le donne, ancora una volta, saranno costrette a scegliere tra la carriera e la vita privata e continuare ad essere, come sempre, multitasking. Sì, perché le donne hanno una capacità acquisita di riuscire a svolgere più attività o compiti differenti contemporaneamente, grazie al ruolo che ricoprono nella società (cura della famiglia, assistenza ai propri genitori ecc..)

Tuttavia, tralasciando la situazione particolare che stiamo vivendo negli ultimi mesi nel complesso lo smart working potrebbe svilupparsi maggiormente in Italia, se tutti iniziassimo a cambiare la visione che si ha del lavoro, passando dal concetto tradizionale di controllo del lavoro e del lavoratore a quello di rapporto fiduciario tra impresa e dipendente, valorizzando le abilità di ogni singolo lavoratore.

Speriamo che questa situazione di emergenza possa essere uno stimolo per le imprese e un’occasione per indirizzare i loro investimenti nello sviluppo tecnologico digitale, così da implementare il lavoro agile a vantaggio della produttività e del benessere dei lavoratori e della società.

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