Un altro genere di politica

Italia, Europa e smart working: facciamo il punto

di Anita Bernacchia

L’epoca del coronavirus ci insegna che il mondo globale è imprevedibile, e che non possiamo più permetterci di rallentare innovazione e sviluppo restando ancorati a vecchi modelli di organizzazione del lavoro.

La crisi sanitaria ha colto l’Italia impreparata per quanto riguarda i modelli di lavoro flessibile, ma non solo. Il nostro paese, rispetto ai paesi europei più sviluppati, sconta uno scarso livello di alfabetizzazione digitale sul lavoro e nella società.

L’ultimo rapporto ISTATCittadini, imprese e Ict” rileva che il 30% degli italiani non ha mai usato Internet nell’ultimo anno, che il 25% delle famiglie italiane non dispone di connessione Internet e che quasi il 60% non lo sa usare.

Tristi dati che ci collocano al 24esimo posto tra i 28 paesi UE. Dietro di noi solo Polonia, Grecia, Romania e Bulgaria.

Eppure il rapporto DESI (Digital Economy and Society Index) della Commissione europea situa l’Italia quasi in linea con la media europea per infrastrutture e servizi pubblici digitali, grazie al grande recupero degli ultimi anni dovuto a iniziative come Repubblica Digitale della Presidenza del Consiglio.

In tale contesto, non sorprende che, secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working, il lavoro agile sia ancora molto poco diffuso tra le aziende italiane, pur con un picco del 58% tra le grandi imprese. E questo nonostante la legge ad hoc del 2017 che disciplina “l’articolazione flessibile del lavoro subordinato”.

E in Europa?

Secondo gli ultimi dati Eurostat (2018), la media europea dei lavoratori dipendenti che lavorano in smart working nel settore privato o pubblico è dell’11,6%, contro un misero 2% per l’Italia (effetto della legge ancora poco percepibile?). Leggendo i dati italiani si apprende che oltre 8 milioni di lavoratori potrebbero lavorare in smart working, il quale resta comunque un fenomeno di nicchia, specie se pensiamo che si parla di lavoro agile anche con 1 solo giorno a settimana lavorato in tale regime.

Il Nord Europa, dove si parla ormai di cultura del lavoro agile subordinato, conduce la classifica con il 31% di Svezia e Olanda, mentre in Francia e Belgio il dato è di circa il 17%, in Germania l’8,6%. Stupisce il dato tedesco, dovuto forse alla prevalenza della grande industria manifatturiera che spesso non consente modalità di lavoro agile.

Queste cifre, tuttavia, si relativizzano se guardiamo alle statistiche europee sul telelavoro, che include sia il lavoro agile subordinato che il lavoro autonomo e altre modalità di lavoro a distanza.

Sfortunatamente, anche qui l’Italia non brilla (3,6%), mentre è al primo posto di nuovo l’Olanda con il 14%, contro una media europea del 5%. Il resto delle percentuali riproduce a grandi linee la situazione dello smart working, con il Nord Europa ai primi posti, e ottimi dati per la Polonia (4,6%) e i paesi baltici, guidati dal 7,6% dell’Estonia, del resto paese più digitalizzato del continente. Sarebbe interessante indagare perché in Romania e Bulgaria, che chiudono miseramente la classifica, i dati su lavoro agile e telelavoro corrispondono, entrambi rispettivamente allo 0,4% e 0,3%.
Si potrebbe ipotizzare –ma vale comunque la pena menzionarlo- che le definizioni di telelavoro e/o smart working varino da paese a paese, e che in alcuni stati esse corrispondano per carenza di modelli lavorativi differenziati. Pertanto le statistiche restano difficili da analizzare e da interpretare.

Tra gli strumenti giuridici che tutelano i telelavoratori in Europa, è importante citare l’accordo-quadro sul telelavoro sottoscritto nel 2002 dai sindacati europei poi recepito negli ordinamenti o nei contratti collettivi nazionali. La stessa UE aveva legiferato in materia già nel 1989 con la direttiva sul miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori durante il lavoro, e nel 2003 con la direttiva sull’organizzazione dell’orario di lavoro. A queste si aggiungono il quadro strategico dell’UE in materia di salute e sicurezza sul lavoro 2014-2020 e altre direttive e disposizioni aggiuntive concepite in base all’art. 153 TFUE. Infine, il pilastro europeo dei diritti sociali proclamato dall’UE a fine 2017 si concentra anche sui lavoratori atipici, come i telelavoratori.   

Futuro

La promozione del progresso sociale e il miglioramento delle condizioni di vita e lavoro della popolazione europea sono tra gli obiettivi perseguiti dall’Unione. Tuttavia, molto resta ancora da fare per una piena integrazione dei modelli di organizzazione lavorativa a livello europeo.

Che lo vogliamo o no, il coronavirus ha accelerato l’imporsi del lavoro agile, il quale promette di diventare moneta corrente nell’Italia e nell’Europa di domani. Non solo. Oltre a garantire al lavoratore “flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”, può avere importanti ricadute positive per l’innovazione delle aziende e l’alfabetizzazione digitale. 

Vale dunque la pena, anche in Italia, procedere a una diffusione capillare dello smart working, ispirandosi alle migliori politiche e pratiche esistenti negli altri paesi europei e adeguandosi agli standard UE.

Lo smart working è il simbolo dell’Italia che lavora e reagisce alla crisi sanitaria. Una crisi che diventa un’opportunità a tutto tondo per il nostro paese e per una nuova rinascita europea, nel segno della solidarietà e di una più forte integrazione.

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