Un altro genere di politica

La scuola come luogo di cura

di Ilaria Botti

In questo momento in cui l’emergenza sanitaria e la paura della malattia sembrano aver congelato le nostre libertà fondamentali, abbiamo iniziato a dimenticare anche quali sono i nostri diritti – doveri di cittadini. Teresa Mattei, giovanissima deputata che fece parte dell’Assemblea Costituente nel 1946, raccontava di avere un rimorso. Nell’articolo 3 della nostra Costituzione avrebbe voluto inserire anche l’espressione “senza distinzione di età”, perché i bambini sono cittadini a tutti gli effetti, non solo quando compiono 18 anni.

Oggi, proprio a loro non viene assicurato il diritto all’istruzione che nel dibattito pubblico è stato relegato ad una questione di mera necessità relativa alla cosiddetta “Fase 2” e al rientro a lavoro dei genitori con figli.

Sgombriamo subito il campo da interpretazioni errate: nessuno nega che la scuola svolga anche un ruolo fondamentale nella conciliazione lavoro-famiglia, ma non è il suo compito principale. In queste settimane, dall’inizio del lockdown, la didattica è proseguita per la gran parte degli studenti che frequentano le scuole primarie, medie inferiori e superiori; certo, non in tutta Italia con le stesse modalità e gli stessi risultati, ma non si può negare che non ci sia stata la capacità da parte di dirigenti e insegnanti di trovare un rimedio alternativo alla presenza in aula (tra utilizzo del registro elettronico, videochiamate e chat). Le famiglie, dal canto loro, hanno cercato di attrezzarsi al meglio pur non avendo sempre a disposizione tutti gli strumenti necessari e gli spazi adeguati. Se dovessimo fare un bilancio, sicuramente è stata garantita alla gran parte degli studenti la possibilità di continuare il loro percorso di apprendimento in maniera sufficiente.

Quindi, andrà davvero tutto bene? Il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina dichiara proprio oggi in un’intervista al Corriere della Sera che “con l’attuale situazione sanitaria ogni giorno che passa allontana la possibilità di riaprire a maggio” e alle domande sull’inizio del nuovo anno scolastico precisa “stiamo valutando tante soluzioni…sono contraria all’idea di raddoppiare l’orario del personale scolastico…se sarà necessaria la didattica a distanza ci faremo trovare pronti…non mi piace l’idea di studenti con la mascherina a scuola”. Insomma un piano vero ancora non c’è; una strategia che abbia come principio l’idea che non è solo una questione di voti e di pagelle, ma di risposta a un bisogno più ampio non esiste.

La scuola non è solo la fabbrica delle performance, ma è davvero luogo di inclusione – la scuola è aperta a tutti (art. 34 della Costituzione) – di accoglienza, di crescita e di condivisione. Se si perde di vista questo, allora potremmo continuare per sempre ad impartire lezioni a distanza a migliaia di studenti, mettendoci semplicemente davanti ad uno schermo. Stiamo dimenticando poi i più fragili: gli alunni con bisogni educativi speciali, ma anche chi trova nella scuola un punto di riferimento per i suoi bisogni primari (la possibilità di accedere ad una mensa o di praticare un’attività sportiva). Possiamo pensare che un Paese con un tasso di abbandono scolastico che nel 2018 si è attestato al 14,5%, possa permettersi di chiudere le porte delle sue scuole senza fornire una prospettiva concreta?

Non si tratta certo di contrapporre la tutela della salute all’esercizio del diritto all’istruzione. Molto si è parlato del fatto che tra i membri delle task force istituite dal Governo non ci siano o ci siano poche componenti femminili. Eppure contiamo molto in termini di contributo al nostro Paese e non solo in questa emergenza: le donne rappresentano il 70% degli operatori sanitari e dell’assistenza sociale nel mondo (anche se ricoprono per lo più ruoli di livello inferiore, con retribuzioni basse); secondo l’OCSE “in Italia, quasi otto docenti su dieci sono donne nell’insieme dei livelli d’insegnamento (rispetto a una media OCSE di sette su dieci). Ciò si riflette nelle discipline di studio scelte dagli studenti: il 90% dei laureati nel campo dell’insegnamento è di sesso femminile”.

Insomma potremmo dire di essere un esercito operoso senza armi che si occupa della cura di minori, disabili e anziani senza avere una reale rappresentanza. Questa della chiusura delle scuole potrebbe essere un banco di prova per dimostrare che possiamo davvero unire tutte le nostre forze per uno scopo comune. Francia, Danimarca, Austria e Germania hanno già stabilito che gli studenti, a cominciare dalle scuole materne, potranno tornare a frequentare le scuole con le necessarie precauzioni:

  • Scaglionamento delle classi e del numero degli studenti;
  • Pulizia delle mani e controllo della temperatura;
  • Lezioni all’aperto;

Nessuno ha la ricetta per tornare alla “normalità” ma è necessario che la politica si assuma la responsabilità di prendere le decisioni per garantire a tutti che vengano rispettati sia il diritto alla salute, che il diritto all’istruzione. Perché in Italia questo non è possibile? Perché dobbiamo arrenderci all’idea della nostra presunta incapacità di gestire la complessità?

Noi donne, lo facciamo da sempre, tutti i giorni e dovremmo chiedere con forza che si tenga conto della condizione dei più fragili, di coloro che ci vengono affidati.

C’è una frase bellissima della scrittrice Alexis De Veaux “La maternità non è semplicemente il processo organico di dare alla luce. È una comprensione dei bisogni del mondo”. Ecco, potremmo iniziare da qui.

Fonti:

“Rapporto SDGs 2019. Informazioni statistiche per l’Agenda 2030 in Italia”, ISTAT

Gender imbalances in the teaching profession”, 2016, OCSE

Delivered by Women, Led by Men: A Gender and Equity Analysis of the Global Health and Social Workforce”, Human Resources for Health Observer – Issue No. 24, 2019, WTO

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