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Scuola, proposte per non restare indietro

di Elisa Attolini


In Italia la popolazione 0/18 anni è pari a circa 8,4 milioni di cittadini. Le statistiche parlano di una popolazione molto variegata da diversi punti di vista, e proprio per questo di cittadini che non possono avere una risposta univoca ai loro diritti e doveri. Parliamo perlopiù di ragazzi normodotati, con una socialità familiare attiva, ragazzi con davanti a sé prospettive nonostante la crisi. Ma parliamo anche di ragazzi stranieri, di ragazzi disabili, di ragazzi che vivono in situazioni di divario digitale (digital divide), o peggio di violenza domestica. Questa nuova generazione, a cui la nostra Europa non farà sconti in termini formativi, si trova oggi ad affrontare una situazione drammatica, in cui la scuola, la loro formazione, non è considerata un bene essenziale. Una sottovalutazione i cui effetti risultano particolarmente gravi soprattutto per chi non ha tra le sue quattro mura la solidità necessaria per affrontare quello che viene prospettato come il programma formativo non solo a breve ma anche a medio-lungo termine: si parla, infatti di Didattica a Distanza (DAD) anche per l’anno scolastico 2020/2021.

In Italia abbiamo indicativamente 1 milione e 260 mila minori che vivono in povertà assoluta (il 14,2% della popolazione scolastica – dati ISTAT 2019): a queste famiglie, a questi ragazzi, non possiamo parlare di DAD senza cogliere l’impossibilità per loro di accedere da casa a una formazione adeguata. E non possiamo pensare di risolvere il problema solamente con PC o Tablet concessi in comodato d’uso.

Più di 800 mila ragazzi sono di origini straniere (ISTAT): studenti per cui l’integrazione passa (e per forza deve passare) dalla socialità con i coetanei, dal confronto con i docenti e da quella normalità della condivisione che solo la scuola in presenza può dare.

Nell’ultimo anno scolastico l’Istat rileva 284 mila studenti con disabilità: studenti per cui la proposta di didattica a distanza diventa inaffrontabile, anche in considerazione dell’oggettiva carenza di organico di insegnanti di sostegno che potrebbe teoricamente affiancarli a domicilio.

Parliamo del digital divide: tra le famiglie con figli 0/18 anni si è stimato che 1 famiglia su 3 (dati DESI – Commissione Europea su indice della digitalizzazione) ha problemi di accesso a internet. E tra quelli che hanno la possibilità di collegarsi normalmente, le difficoltà sono notevolmente aumentate per la carenza di mezzi informatici adeguati, in tempi in cui un solo computer in casa per l’Intera famiglia è oggettivamente insufficiente dovendo soddisfare sia DAD dei figli, sia smart working dei genitori. L’Italia è al 24esimo posto tra i paesi europei per facilità di connessione a internet (dati DESI 2019)

Visti i dati richiamati, appare evidente che le confuse proposte per l’avvio del nuovo anno scolastico non possano essere realisticamente attuabili, con particolare riferimento al ricorso prevalentemente della didattica a distanza. Le possibilità per poter programmare la ripartenza vanno valutate, come lo si è fatto per i campi estivi 0/6 anni, per le imprese, per i mezzi di trasporto, per il turismo. Sicuramente la didattica a distanza quale metodo di formazione privilegiato per il prossimo anno scolastico porrebbe gli studenti italiani in condizione di svantaggio rispetto ai loro colleghi europei. Svantaggio che diventerebbe vero e proprio abbandono per quei ragazzi che si trovano nelle situazioni sopra richiamate e che nella scuola vivono molto spesso il loro momento di massima integrazione.

Un’ipotesi alternativa per gli studenti 6/18 anni potrebbe prevedere classi ridotte a 10 alunni, con un insegnante di nomina reggente, in condizioni di organico a pieno regime come tuttavia non è da tempo. Per reclutare prontamente nuovi insegnanti si potrebbe pensare di anticipare al prossimo anno accademico tutti i tirocini obbligatori per gli studenti universitari che andrebbero ad integrare gli insegnanti di ruolo, a fronte di un accumulo di crediti. Inoltre sarebbe auspicabile vedere la “questione scuola” come una attuale emergenza, quasi al

pari di quella sanitaria, e trattarla nello stesso modo. Si potrebbe pensare quindi di chiedere la collaborazione dei docenti in pensione su base volontaria, a supporto dei docenti in cattedra (come si è fatto con i medici). Il presupposto è che ogni classe abbia più gruppi che fanno riferimento ad una o più insegnanti nominate, coadiuvate da tirocinanti universitari (si prevedono quindi accordi con le Facoltà di riferimento, valorizzando anche quello che è il percorso formativo di altri giovani attualmente in difficoltà per l’emergenza sanitaria in corso), e da insegnanti in pensione volontari (questo per non gravare ulteriormente sulle casse pubbliche). Il progetto prevede come imprescindibile base di partenza che il corpo insegnanti di ruolo sia a pieno regime (e quindi che le cattedre siano tutte nominate a tempo debito). Andrebbe ovviamente valutato l’utilizzo dei DPI (mascherine), ipotizzandone una gestione ordinata a fasi alterne (a seconda della situazione del gruppo classe). Gli spazi andrebbero rivisti, ma quale scuola non ha una mensa da poter dividere in aule? E quale città/paese non ha un oratorio, una sala civica polivalente o un luogo di aggregazione che i cittadini metterebbero a disposizione dei propri giovani? L’Europa ci dà la possibilità di usufruire di fondi importanti per questa emergenza straordinaria. Perché abbiamo deciso che la scuola non ne possa usufruire? E perché dovrebbe usufruirne solo una didattica non sufficientemente inclusiva come la DAD, lasciando indietro gli ultimi e mortificando la creatività e la sensibilità della popolazione più giovane del nostro Paese?

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