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Il fondo per gli sviluppatori di videogame è una buona idea che il PD vuole ammazzare

Di Francesco Saltarin e Vincenzo Noviello

In Più Europa, tra le sue tante tematiche ed idee programmatiche proposte, abbiamo anche sollevato la trascuratezza che la classe politica nostrana riserva al settore economico del videogioco, sempre più leader mondiale nella macroarea dell’intrattenimento per fatturato, risorse tecniche e capacità di creare occupazione. Molti paesi all’interno dell’Unione Europea da anni intervengono con finanziamenti ingenti mirati allo sviluppo delle proprie aziende di sviluppo e distribuzione di questo medium: tra queste, chi ha fatto scuola è stata la Polonia, che da circa cinque anni investe continuamente in questo settore ed oggi si ritrova in patria il gioiellino Cd Projekt, dal valore stimato (Maggio 2020) di circa 8 miliardi di euro, altamente competitiva nel mercato globale, con un fatturato a nove cifre e che permette lo sviluppo economico e sociale di migliaia di cittadini polacchi. Negli ultimi due anni hanno preso spunto altri paesi: Germania, Francia, Gran Bretagna e Romania attraverso i propri organi ministeriali di sviluppo tecnico ed economico hanno proposto negli ultimi due anni misure di finanziamento o di agevolazione sulle tassazioni da decine di milioni di euro finalizzate all’assunzione di nuova forza lavoro ed al potenziamento tecnico delle aziende locali di sviluppo di videogiochi e software d’intrattenimento come app per sistemi mobili.

La constatazione è che anche in questo settore economico l’Italia resti indietro rispetto agli altri paesi europei, nonostante un giro d’affari nazionale (stime 2019 IIDEA ex AESVI) di 1,78 miliardi di euro ed una capacità occupazionale di oltre mille persone, la maggioranza di esse con un’elevata formazione scolastica (il 60% ha almeno la laurea triennale, principalmente in settori tecnici). Non è chiaro se ciò avvenga per un’anacronistica posizione ideologica che predilige la produttività manuale di beni concreti a quella intellettuale o semplice noncuranza da parte della classe politica. Tuttavia qualcosa sembra muoversi anche da noi: tra le varie voci di spesa nel cosiddetto Decreto Rilancio, il decreto-legge dello scorso 20 Maggio che l’attuale governo ha emanato per reinnervare il tessuto economico estremamente provato dalla chiusura forzata causata dall’epidemia di Covid-19, compare una misura chiamata “First Playable Fund”. All’interno di un quadro più ampio inerente le start-up (articolo 38 del DL), tale strumento consiste nella disposizione di un fondo di 4 milioni di euro iniziali a cui possono accedere case di sviluppo e di distribuzione di prodotti di “intrattenimento digitale”. Il fondo è ben lontano dall’essere il classico finanziamento a fondo perduto per aziende e start-up che dietro la patina dell’innovazione possono rilevarsi dei classici “prendi i soldi e scappa”: i commi 12 e seguenti dell’articolo illustrano un meccanismo di accesso al finanziamento finalizzato all’acquisto di hardware (workstation o devkit), licenze software e all’assunzione di nuovo personale per tutte le aziende che rispettano canoni quali il capitale o patrimonio sociale netto non inferiore a 10 mila euro ed il possesso della classificazione ATECO 58.2 (editori di software e di videogiochi) o 62 (sviluppatori di software) per la realizzazione di così chiamati nel DL “prototipi”, ovvero le demo che vengono distribuite agli editori, per intenderci il corrispettivo dei manoscritti per gli scrittori o dei master per i cantanti, fino ad un massimo di 200 mila euro per singolo prototipo. Indubbiamente un primo passo che segue la scia degli altri paesi europei in questo ambito.

Tuttavia a qualcuno in Parlamento non piace tale misura, nella fattispecie alcuni deputati del PD. Un emendamento in commissione bilancio a prima firma di Maria Anna Madia a questo DL che dovrà essere convertito in legge entro un mese chiede la soppressione di tutti i commi relativi al “First Playable Fund” ed il trasferimento dei 4 milioni ai 10 già stanziati per start-up innovative, oltre ai 100 aggiuntivi destinati al finanziamento regolato dal DM del MISE del 24 settembre 2014. Non è affatto noto il motivo di quello che sembra un accanimento per partito preso, anche perché la cifra stanziata di 4 milioni è comunque esigua rispetto ad altre ben più cospicue (e senza dubbio necessarie) ed è una percentuale irrisoria dell’avanzo primario dello stato italiano ed andrebbe se l’emendamento venisse approvato a finanziare un settore già ben coperto, lasciandone a secco uno finora mai tenuto in considerazione e che è stato un valido sostegno a milioni di italiani durante le difficili settimane di quarantena, e per qualche migliaio anche di sostentamento.

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