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Siamo nel 2020 ma c’è chi, ancora, demonizza i videogames

di Marco Durastante

I videogames da molto tempo non sono più semplici prodotti ludici, ma veri e propri prodotti culturali che interessano milioni di persone in tutto il mondo, con migliaia di aziende giovani e indipendenti, un mercato di miliardi di dollari e un settore in espansione che dà per lo più lavoro di qualità a centinaia di migliaia di ragazze e di ragazzi. L’industria dei videogames, poi, non è qualcosa che arriva “da lontano”: molte grandi case di sviluppo sono europee, e uno dei mercati emergenti indie (giochi indipendenti con team di sviluppatori piccoli) più grandi è l’Italia.

Sono un prodotto culturale di intrattenimento, come il cinema e la musica: luoghi di libertà. Libertà di espressione. Non a caso, la Cina ha imposto il controllo di stato sulle piattaforme di gioco online, per evitare che si possano sviluppare forme di protesta contro il regime di Pechino.

È persino banale dover sottolineare ancora, nel 2020, che la realtà e il mondo dei videogiochi (e dell’intrattenimento in generale) sono due cose distinte e separate. Nei videogiochi ci si cala in personaggi e realtà consapevoli delle differenze con la vita reale. Affermare che un videogame possa essere un “subdolo veicolo di propaganda mafiosa”, come hanno fatto i deputati del Partito Democratico, è piuttosto ipocrita, lontano anni luce da ciò che dovrebbe essere progressismo. Ma soprattutto segnala che non si sa proprio ciò di cui si parla. Anche per questo preoccupa che il Pd, in una interrogazione parlamentare, chieda di oscurare un gioco basato sulla criminalità organizzata esattamente come lo sono tantissimi film e serie tv, su cui nessuno si sognerebbe mai di fare un’interrogazione. 

Più che oscurare un “videogioco”, crediamo che un bel colpo alle mafie potrebbe arrivare dalla legalizzazione della cannabis: miliardi sottratti davvero al narcotraffico, una misura di buon governo, per l’Italia del futuro e non una inutile battaglia di retroguardia.

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