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Illegittimo escludere dall’anagrafe i richiedenti asilo: la Consulta annulla la parte più odiosa dei decreti sicurezza

di Simona Viola

Con la sentenza 186/2020 pubblicata sul sito, la Corte Costituzionale ha annullato una delle norme più odiose del primo decreto c.d. “sicurezza”, quella che impediva a chi avesse richiesto asilo in Italia, e fosse in attesa di risposta, di iscriversi all’anagrafe del comune di residenza e così ottenere una carta di identità.

Una vera crudeltà nei confronti di chi scappa e chiede asilo e deve già affrontare mille difficoltà quotidiane.

Senza carta di identità non c’è iscrizione scolastica, non si può sottoscrivere un contratto di lavoro, né si può accedere alle misure di politica attiva del lavoro o al reddito di cittadinanza, non si può aprire un conto corrente né ottenere la patente di guida, non si può conseguire il valore ISEE per accedere a determinate prestazioni sociali, né maturano le condizioni per accedere al rilascio del permesso per soggiornanti di lungo periodo, e men che meno – inutile dirlo – al riconoscimento della cittadinanza italiana.

La Corte Costituzionale riconosce quanto era già evidente e che Emma Bonino ha sempre denunciato ovvero che negare la iscrizione anagrafica ai richiedenti asilo contraddice la ratio complessiva del decreto e che a dispetto del dichiarato obiettivo di aumentare il livello di sicurezza pubblica, la norma limita le capacità di controllo e monitoraggio dell’autorità pubblica sulla popolazione effettivamente residente sul suo territorio e così si accresce, anziché ridurre, i problemi connessi al monitoraggio degli stranieri finendo col rendere problematica, anziché semplificare, la loro stessa individuazione

Insomma una norma scritta per gonfiare artificiosamente l’impressione di insicurezza sociale legata alla loro presenza sul territorio.

Da sottolineare che la Corte ricorda che il principio di uguaglianza (Art. 3 Cost.) vale non solo per “i cittadini” ma anche per gli stranieri quando si tratti di rispettare diritti fondamentali e che pertanto non è consentito al Parlamento introdurre irragionevoli disparità di trattamento tra stranieri richiedenti asilo e altre categorie di stranieri legalmente soggiornanti nel territorio statale, oltre che con i cittadini italiani.

Resta lo sconcerto per il fatto che l’Avvocatura dello Stato – su mandato del Conte bis – ha strenuamente difeso in Corte Costituzionale il contenuto di un decreto manifestamente incostituzionale e che, a parole, il Governo si riprometteva quanto meno di emendare nelle parti più indifendibili.

Sarebbe stato più comprensibile almeno un imbarazzato silenzio del Governo in Corte, con l’implicito mandato alla Consulta di svolgere quel lavoro di “pulizia” del decreto che Mattarella aveva indicato e che il Governo non riesce a fare.

Duole invece constatare la persistente complicità del M5S con la peggior politica della Lega e la persistente incapacità del PD di imprimere all’Italia un cambio di rotta.

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