News

Fondo Casalinghe, 40 cent a testa. Una misura inutile e ridicola

Di Alessandra Senatore

Secondo i calcoli del Corriere della Sera, nel decreto legge «Agosto» approvato dal consiglio dei ministri ci sono 3 milioni di euro l’anno per il tanto discusso Fondo per la formazione delle Casalinghe. Che, dice l’Istat, sono in Italia 7 milioni e 400 mila. In media, quindi, potranno avere 40 centesimi a testa.
Una misura inutile e ridicola che non fa altro che alimentare e rafforzare lo stereotipo di genere per il quale le donne che non lavorano non sono culturalmente evolute e socialmente integrate.
Si parla infatti di donne che vorrebbero entrare nel mondo del lavoro e che non riescono, a causa di una struttura economica inefficiente e incapace di promuovere l’occupazione femminile.
Il nostro paese ha l’urgenza di far crescere l’occupazione femminile e mettersi al passo di tutti gli altri paesi europei e dei paesi ad economie avanzate, in generale. Siamo drammaticamente indietro, siamo gli ultimi e il meglio che si riesce a fare è questa pagliacciata. Ad esempio, tra i tanti crediti d’imposta offerti alle imprese per ricerca e sviluppo, formazione 4.0 etc., nessuno ha immaginato di dover spingere le imprese a fare investimenti rivolti anche a promuovere l’occupazione femminile, dando magari incentivi per l’apertura di nidi aziendali o campi estivi per i figli dei dipendenti.
Oppure, ancor più importante, nessuno si è posto il problema di come si dovrebbe rimettere mano all’organizzazione temporale della scuola pubblica che in una società dove uomini e donne lavorano, non può più essere concepita con tre mesi di fermo estivo e con orari giornalieri di mezza giornata, come se fossimo ancora una società agricola.
Insomma se si vuole incidere seriamente sul fenomeno bisogna concepire una revisione complessiva del ruolo sociale delle donne nella società, sopratutto in rapporto ai principali contesti socioeconomici con cui le donne interagiscono: la famiglia, il mondo del lavoro e la scuola. Non si può prescindere da una visione sistemica che porti a rivedere ruoli e funzioni di ciascun agente della società per arrivare a stabilire nuovi rapporti funzionali efficienti. È molto semplice: le donne che lavorano, e le famiglie in generale, hanno bisogno di soggetti/istituzioni e servizi che supportino i genitori lavoratori nella gestione dei figli, e questo non solo nella fase prescolare (in altre parole non bastano i nidi). Quindi se vogliamo davvero favorire l’inclusione sociale delle “casalinghe” -e delle donne in generale – dobbiamo fare in modo che escano di casa per entrare nel mondo del lavoro, e dobbiamo farlo a partite dalla revisione del ruolo e della funzione della famiglia tradizionale, ripensando in modo funzionale il ruolo e l’organizzazione degli altri agenti di socializzazione come la scuola, oltre che rivedere l’offerta di servizi alle famiglie, che in Italia è carente e inadeguata e che in molti contesti – soprattutto al sud e nelle aree non metropolitane – è addirittura totalmente inesistente.

Condividi su