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Un ultimo appello per il NO al taglio della democrazia

Di Valerio Federico, Tesoriere di +Europa

Una riforma dovrebbe riformare ciò che non funziona. La prima caratteristica di questa riforma costituzionale che siamo chiamati a confermare o a respingere con un NO, è che nulla è previsto che comporterebbe un miglioramento o uno snellimento del processo legislativo.

I principali problemi, quali il ricorso eccessivo alla fiducia, l’abuso della decretazione d’urgenza, che spesso non ha nulla di urgente, i cosiddetti decreti omnibus incostituzionali – che contengono tutto, con l’esito che centinaia di provvedimenti sfuggono alla conoscenza dei cittadini – non vengono sfiorati da questa “riforma”.
In merito ai tempi lunghi nella produzione di leggi, il bicameralismo paritario alla base del ping pong legislativo fra le due camere non è interessato dal referendum. E invece è prevedibile, come esito del SI’, un rallentamento dei lavori al Senato, visto il ridotto numero di senatori che si occuperebbero di un numero inalterato di commissioni. E un rallentamento al Senato comporta un rallentamento dell’intero processo di formazione delle leggi.

Un Senato a 200 eletti, ognuno a rappresentare 300 mila cittadini circa, in grado di condizionare l’intero processo legislativo – transitando anche le leggi prodotte dalla Camera da votare nell’identico testo – accrescerebbe a dismisura il peso dei soli 3 o 4 partiti – e componenti nelle commissioni – rappresentati a Palazzo Madama. Con questo taglio infatti viene attivato uno sbarramento implicito al Senato, per gli eletti su base proporzionale, vicino al 10% in gran parte delle Regioni. 200 persone dei soli grandi partiti determinerebbero le politiche del Paese, bloccando anche la Camera.

Una riforma votata per un accordo di governo (dal 97,2% dei Deputati) con una buona parte di chi ha votato, oggi, convinto dell’opportunità di bocciarla – è sufficiente prendere atto su questo punto delle dichiarazioni di esponenti della Lega, di Forza Italia, del Partito Democratico, di Italia Viva e di LEU.
Del resto, che pratica istituzionale è quella di legare la modifica della Costituzione ad accordi di governo che magari reggeranno per qualche mese o poco più?

Il Partito Democratico annuncia però, riconoscendo l’inutilità di un taglio così fatto, che si interverrà in futuro sul bicameralismo paritario – oltre che sulla legge elettorale – vero problema del nostro sistema parlamentare. Zingaretti dimentica che prima il suo partito con il M5S vuole dar vita a una Camera da 400 deputati, meno di qualunque altro paese UE in rapporto alla popolazione, per poi, eliminando il Senato o assegnandogli funzioni diverse, proporre agli italiani di tornare ad aggiungere Deputati, a meno di non restare con 400 parlamentari ad occuparsi di quello che oggi fanno in 951.

Peraltro non è chiaro perché dovremmo affidarci ai progetti futuri di revisione annunciati dal Partito Democratico e non a quelli del M5S con una forza parlamentare maggiore e che torna a chiedere l’introduzione del vincolo di mandato per i parlamentari, che, combinato alla loro drastica riduzione, darebbe ai capi partito un tale controllo dei – pochi eletti – da renderli loro protesi, spazzando via la loro autonomia nel rapporto con chi li ha eletti.

Non è chiaro poi come la qualità delle politiche, e di chi ne incardina la produzione, dovrebbe migliorare con un taglio quale quello in gioco domenica e lunedì. La qualità rimarrà verosimilmente invariata, riducendo però il peso degli eletti rispetto ai Partiti.

La riduzione del numero dei Parlamentari diminuisce, indiscutibilmente, gli spazi di rappresentanza politica e territoriale. È forse emerso che in Italia la rappresentanza sia stata eccessiva fino ad oggi?
Il messaggio delle “poltrone” da tagliare, poi, liquida chi rappresenta gli italiani a occupanti abusivi privilegiati, confondendo ruolo e rappresentante, laddove il M5S è invece regolarmente in prima fila a mantenere vive società partecipate che consumano miliardi, fornendo servizi scadenti, così come si è ben presto affezionato a nomine utili a dare alla propria voce spazi vantaggiosi a danno del pluralismo.

I cittadini nelle circoscrizioni estere vedrebbero ridotti i loro parlamentari da 18 a 12. Avremmo regioni, con questa “riforma”, sottorappresentate rispetto ad altre: l’Abruzzo con più abitanti e meno senatori del Trentino-Alto Adige, la Liguria con una rappresentanza al Senato, in sostanza, della sola area genovese. La rappresentanza parlamentare in Umbria e Basilicata verrebbe ridotta del 57%, più che in ogni altra regione.
Grave è anche la discrasia che si verrebbe a creare in caso di conferma di questa riforma: si configurerà il diritto di votare per un seggio attribuito a una regione a componenti del corpo elettorale di un’altra, questi sarebbero parallelamente esclusi dal voto per seggi attribuiti alla propria regione.
Collegi più grandi comporteranno inoltre spese elettorali maggiori e potenzialmente meno candidati che potranno permettersele.

Questo passaggio costituzionale in realtà congelerà il bicameralismo paritario allontanando così nel tempo e nella sostanza ogni riforma in senso federalista. Avremo meno rappresentanza territoriale senza un senato federale. I Paesi federali, infatti, hanno una camera dei territori che istituzionalizza le istanze di regioni e città e il loro ruolo nel processo democratico.

Sul risparmio di 57 milioni al costo di un taglio della democrazia è anche difficile commentare. Gli starnuti di Di Maio o Salvini sono stati più volte in grado, come sappiamo, di portare il Paese a pagare centinaia di milioni in più di interessi sul debito, miliardi nel corso del primo governo Conte.

Domenica e lunedì non ci giochiamo la nostra democrazia, ma certamene ne perderemo un pezzo che difficilmente potremo rimettere al suo posto, screditeremo e svaluteremo le nostre istituzioni, i nostri rappresentanti e quindi le nostre stesse scelte future.

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