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Slitta ancora l’esame da avvocato, una prova anacronistica che andrebbe riformata

di Martina Riva

La sospensione degli esami di abilitazione, tra cui quello d’avvocato, è l’unica soluzione che il Governo è riuscito a trovare in 7 mesi di pandemia. Non ci si crede, ma un esame anacronistico, non adatto a testare le reali capacità dei candidati per il lavoro che andranno a fare, viene ora anche ritardato con la scusa della pandemia.

Le soluzioni alternative ci sono: una prova orale seria, eventualmente in remoto, oppure, o in aggiunta, un test con quesiti a risposta multipla, utilizzato anche per il bar exam di New York. L’esame di abilitazione alla professione forense non è un concorso pubblico: non garantisce un posto fisso, non produce spesa pubblica. É poi il mercato a selezionare gli avvocati. Paradossalmente, avere più avvocati, in libera concorrenza tra loro, significa fare l’interesse della società: i prezzi per chi acquista servizi legali si abbassano, a parità di qualità. L’esame da avvocato sta in piedi per interessi che non hanno nulla a che vedere con la formazione e le competenze dei giovani professionisti: sono gli interessi delle case editrici, delle scuole che organizzano corsi ad hoc, ma soprattutto sono quelli di una classe di avvocati – poco organizzati e terrorizzati dalla libera concorrenza – che sta per scomparire. Vorremmo una Repubblica fondata sul merito, che selezioni i giovani professionisti in base alle proprie competenze, e più rispettosa del tempo di vita che impone ai candidati di spendere.

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