Un altro genere di politica

Emma Goldman “If I can’t dance I don’t want to be part of your revolution”

Di Carlotta E. Osti

 

Emma Goldman, “If I can’t dance I don’t want to be part of your revolution”

“If I can’t dance I don’t want to be part of your revolution,” è una frase emblematica attribuita a Emma Goldman, un’attivista politica anarchica e scrittrice che ha rivendicato tutta la vita la possibilità di fare “un mestiere da uomini” – la politica – essendo sé stessa: un donna giocosa e gioiosa, non disposta a ridurre e cambiare la sua libertà e femminilità per seguire le caratteristiche prestabilite dalla leadership in versione maschile.

Non si sa se Emma Goldman abbia poi mai detto proprio questa frase, ma il suo anti-dogmatismo è diventato comunque simbolo e slogan dei movimenti femministi degli anni 70’ e 80’ in America e all’estero.

Emma Goldman ha avuto una posizione unica nella politica e cultura americana. È considerata tra i più influenti pensatori radicali degli Stati Uniti: una famigerata rivoluzionaria, regina degli anarchici, la “donna più pericolosa del mondo”. Durante i suoi trent’anni di attività, è stata una fervente agitatrice. Editrice e scrittrice, dalla rivista radicale Mother Earth, rivendicava libertà di parola ed emancipazione: dal modello patriarcale, dalla famiglia tradizionale, dal capitalismo e dallo Stato. Ha viaggiato tenendo conferenze in tutta l’America e in Europa.[1]Arrestata innumerevoli volte, è stata infine deportata dagli Stati Uniti come “straniera” radicale in Russia nel 1919.[2]

Secondo alcuni, si potrebbe considerare Emma Goldman sullo stesso piano di Marx e dell’anarchico Kropotkin, eppure raramente le donne sono state soggetti storici. Anzi, il più delle volte sembrano descritte come creature immutate nel tempo, isolate dalle dinamiche sociali, magari interessate alla cultura, mai alla politica. Non è così: Jeannette Rankin, politica americana e prima donna che ha ricoperto una carica federale, Mary E. Lease, politica e scrittrice considerata la Giovanna D’Arco del popolo americano, Frances Perkins, sostenitrice dei diritti dei lavoratori, è stata la prima donna nominata nel governo degli Stati Uniti, con la carica di Segretario del lavoro, Eleanor Roosevelt, politica, diplomatica e attivista, e la stessa Emma Goldman per citarne alcune, erano donne politiche a tutto tondo. Gli storici uomini, invece, hanno costantemente ridotto l’impegno politico delle donne come se fosse volto esclusivamente alle battaglie per i diritti femminili.[3]

Cosa siamo disposti a fare per portare avanti la nostra individualità? Dobbiamo riflettere su questo quando leggiamo Emma Goldman. In una società in cui i parametri della politica sono ancora dettati dagli uomini, in cui per fare politica le donne devono “nascondere” la propria femminilità e vengono accettate solo se si comportano nel modo che gli uomini reputano più adatto e consono per una leader, Emma Goldman ci ricorda che per fare politica l’espressione personale è essenziale, perché la nostra identità detta ciò in cui crediamo e ciò che siamo disposti a portare avanti e vogliamo vedere realizzato nella nostra società.

 

 

 

 

 

[1] “Early Life: Portrait of an Anarchist as a Young Woman,” The Emma Goldman Papers, Berkeley Library University of California, accessed February 25, 2020, https://www.lib.berkeley.edu/goldman/MeetEmmaGoldman/earlylifeportraitofananarchistasayoungwoman.html

[2] “War Resistance, Anti-Militarism, and Deportation, 1917-1919,” The Emma Goldman Papers, Berkeley Library University of California, accessed March 1, 2020, https://www.lib.berkeley.edu/goldman/MeetEmmaGoldman/warresistance-antimilitarism-deportation1917-1919.html

[3] Dolores Barracano Schmidt and Earl R. Schmidt, “The Invisible Woman: The Historian as a Professional Magician,” in Liberating Women’s History: Theoretical and Critical Essays, ed. Berenice A. Carroll (Urbana and Chicago: University of Illinois Press, 1976), 52-53.

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