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Emma Bonino ricorda Sciascia: un illuminista che ha legato lotta alla mafia e difesa dello stato di diritto

Di Emma Bonino

Sciascia è nato cent’anni fa, l’8 gennaio del 1921 a Racalmuto. Ci sono forse ragioni casuali –incontri, letture e scoperte imprevedibili – per cui l’intellettuale più rigorosamente illuminista del ‘900 italiano, il più legato al culto della ragione e alla consapevolezza dei suoi limiti, sia un figlio della Sicilia profonda. Il suo illuminismo si esercitò sempre attorno ai temi e alla storia della Sicilia e dei suoi personaggi maggiori e minori. La Sicilia, per ricordare un suo titolo famoso, in Sciascia è però sempre anche la metafora di altro: di problemi nazionali o di questioni universali, come appunto quella della giustizia.

Al di là dei suoi meriti letterari, che sono noti e su cui non ho titolo per intervenire più di una qualunque lettrice, penso che dal punto di vista culturale e politico Sciascia abbia avuto il merito di legare la lotta alla mafia alla difesa dello stato di diritto, contro la sua manomissione per esigenze emergenziali, e di denunciare sia nell’intermediazione parassitaria delle organizzazioni mafiose, sia nella “terribilità” delle legislazioni speciali in campo penale un attentato alle libertà civili dei cittadini, oltre che alla tenuta dello stato democratico.

Questo non si traduceva affatto in una equidistanza tra mafia e antimafia, tra criminalità e legalità, ma nella volontà di legare indissolubilmente la lotta (non solo giudiziaria) al fenomeno mafioso alla difesa delle garanzie e dei diritti civili e di non contrastare la guerra mafiosa alla società con una guerra dello Stato alla mafia, che replicasse i canoni della giustizia inquisitoriale, non a caso spesso al centro della sua opera e riflessione letteraria.

Quando Sciascia morì erano passati poco meno di tre anni dalla polemica sui “professionisti dell’antimafia” (l’articolo così titolato dal Corriere della Sera è del 10 gennaio 1987), per cui fu ufficialmente dichiarato traditore da quasi tutta l’antimafia ufficiale, quando non complice degli interessi criminali, come avvenne peraltro a tutti gli esponenti e parlamentari radicali, che mettevano la questione della giustizia giusta, anche prima del caso Tortora, al centro di un vero progetto di riforma della politica e dello Stato. Progetto certo incompiuto, ma che conserva ancora, proprio per questa ragione, la sua drammatica attualità.

Io ho avuto la fortuna di conoscere e di frequentare Sciascia proprio in occasione della sua candidatura e elezione in Parlamento nel 1979, che stupì tutti, tranne forse chi gliela propose, Marco Pannella e chi l’accettò, Sciascia stesso. Per l’esperienza di allora e per la consapevolezza di ora, penso che lo Sciascia più attuale e necessario sia quello più problematico e controverso: non lo scrittore che, con il Giorno della civetta, denuncia l’esistenza della mafia a una Sicilia e a un’Italia che continuava a rappresentarla, cioè a negarla come un fenomeno di folklore, ma il polemista coraggioso che richiama legislatori e giudici all’esigenza di non sacrificare lo stato di diritto alla guerra alla criminalità.

Sciascia negli ultimi anni di vita fu (o, per meglio dire, scelse di essere) uno scandalo proprio perché si rifiutò di avallare l’idea che la lotta alla mafia giustificasse il “divorzio” tra la giustizia e il diritto e imponesse una sorta di identità dovuta tra la verità storica stabilita a furor di popolo e la verità processuale pronunciata in giudizio. Ricordare e magari celebrare Sciascia occultando questa parte della sua riflessione e della opera sarebbe un’opera politicamente inutile e intellettualmente disonesta.

Ieri in una iniziativa di +Europa, organizzata con l’Associazione Amici di Leonardo Sciascia e con molti testimonial del mondo della cultura, dello spettacolo e del diritto abbiamo voluto ricordare le “parole della giustizia” dello scrittore siciliano, selezionando alcune letture dalle pagine delle sue opere. Queste parole continuano a sembrarmi una traccia utile per un cammino di riforma che l’Italia ha sempre più bisogno di percorrere.

Leggi l’articolo sul sito de La Stampa.

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