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Clubhouse, così gli universitari turchi aggirano la censura del regime di Erdogan

di Mariano Giustino

corrispondente dalla Turchia di Radio Radicale

Continuano senza sosta le proteste negli atenei in Turchia e in particolare nella storica Università del Bosforo a Istanbul.

Studenti e professori manifestano da cinquantuno giorni perché si oppongono alla nomina a rettore di Melih Bulu, un professore esterno al corpo docente della prestigiosa accademia, esponente politico del Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP) al governo del paese, non eletto, ma nominato dal presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan.

Le manifestazioni studentesche dalla Bogaziçi si sono estese in diversi altri atenei del paese. Gli studenti rifiutano la pratica delle nomine calate dall’alto, di fiduciari (in turco “kayyum”), ritenute una forma di commissariamento delle università che lede l’autonomia accademica e che infrange prassi e consuetudini che erano in vigore da sempre nell’ateneo.

Tale consuetudine era stata interrotta solo dai militari con il colpo di stato del 12 settembre 1980, il più cruento della storia moderna turca.

La pratica della nomina dei kayyum evoca anche quella dell’AKP di sostituzione nei comuni (in particolare nel sudest a maggioranza curda) dei sindaci d’opposizione eletti democraticamente con uomini fiduciari del partito di governo.

Dal tentativo di colpo di stato del 2016, il Partito della giustizia e dello sviluppo, nominando direttamente i rettori delle accademie, ha dunque riportato i kayyum nei campus.

Il 12 settembre 1980 l’Università Bogaziçi si vide sbarrare l’ingresso da un carro armato. Quarantuno anni dopo un membro dell’AKP viene nominato rettore di quella università contro la volontà del corpo accademico e i suoi cancelli vengono ancora una volta sbarrati, ma questa volta non da un carro armato, ma dalle manette. L’immagine dei cancelli dell’università chiusa con le manette ha fatto il giro del mondo a simboleggiare che ad essere arrestati non sono stati solo i 159 studenti, ma l’istituzione universitaria in sé.

Presidi, marce, canti e balli stanno caratterizzando da quasi due mesi la mobilitazione degli studenti.

“La nostra scuola e le nostre strade che sono sotto il blocco della polizia, sono nostre. Non interromperemo le proteste se non sarà posta fine a questo blocco. I kayyum andranno, noi resteremo!’’, dicono i giovani del Bosforo.

Gli studenti vogliono eleggere il rettore con elezioni democratiche e accompagnano la loro azione con rigorosa disciplina nonviolenta, con canti e balli e alcuni si preparano a resistere anche praticando lo yoga.

“Ci dichiariamo contro la violenza, ripudiamo la violenza, amiamo la democrazia e vogliamo che i nostri diritti non ci siano negati”, gridano.

Le proteste degli studenti e dei docenti della Bogaziçi sono iniziate dopo che il 1° gennaio 2021 Erdogan, con decreto presidenziale, aveva nominato Melih Bulu rettore dell’Università del Bosforo e dal 4 gennaio, giorno di inizio delle manifestazioni, tutte le mattine alle ore 12, nel campus centrale i professori, tutti in piedi, distanziati, perfettamente immobili, in silenzio, per trenta minuti, voltano le spalle all’ufficio del rettore, in quello che è il Duran Adam, il presidio che caratterizzò le proteste antigovernative di Gezi del 2013.

In quei trenta minuti da brivido c’è tutta la forza della nonviolenza che restituisce speranza. È uno spettacolo davvero imperdibile!

Dopo la protesta silenziosa mattutina scatta un lungo applauso e subito dopo, si levano i canti. Si formano gruppi di studenti che si riuniscono in Forum aperti per discutere e proporre attività che riguardano la lotta e lo studio.

Si tengono esibizioni artistiche, si allestiscono stand in cui si canta, si suona e si balla.

La solidarietà ai giovani del Bosforo giunge da tutto il mondo accademico del paese oltre che da centinaia di intellettuali come il premio Nobel Pamuk, da economisti, artisti, cineasti, sceneggiatori e giornalisti.

Secondo i dati del Ministero degli Interni al momento gli studenti hanno manifestato in oltre 40 città del paese e sono 560 le persone che hanno subito un fermo di polizia. Ad oggi 9 studenti sono ancora in carcere e 26 sono agli arresti domiciliari con la cavigliera elettronica.

Le immagini degli studenti con le cavigliere elettroniche stanno facendo il giro del mondo.

I giovani universitari, trattati come criminali, decorano la loro cavigliera elettronica con il logo della loro università ribelle, che non si arrende e che resiste, come gesto di allegria, di ironia e di resistenza, o con il disegno della bandiera dell’arcobaleno, simbolo della pace e del movimento LGTBIQ, ormai diventato emblema della protesta studentesca.

La rivolta studentesca dilaga e ad essa si uniscono il movimento dei diritti civili, gli ambientalisti, i pacifisti, le femministe e gli LGBTIQ.

L’arguzia e il coraggio dei giovani del Bosforo sembrano non avere limiti. Studenti e docenti lanciano l’App “Clubhouse” che diventa un paradiso per la libertà di parola in Turchia durante questa ondata di manifestazioni.

La Clubhouse è, come ben noto agli esperti, un’applicazione dei social media solo audio, diventata rapidamente un centro di attivismo nella società profondamente polarizzata della Turchia.

Quando la polizia circondò l’Università del Bosforo, il primo febbraio, emise un avvertimento: rimuovere il blocco all’ufficio del rettore altrimenti vi sarebbe stata la carica. Per molti quell’ultimatum faceva supporre che la fine delle proteste fosse vicina, ma una parte consistente dell’opinione pubblica di tutto il paese aveva gli occhi aperti sulle manifestazioni ed era alla ricerca di informazioni e di notizie che i media tradizionali e di stato non fornivano.

Fu allora che entrò in gioco l’app Clubhouse.

Come è noto i manifestanti fanno un uso massiccio di piattaforme social come YouTube, Twitter e altre, ma adesso hanno anche iniziato a utilizzare qualcosa di nuovo per diffondere i loro messaggi.

Si tratta appunto della Clubhouse.

In meno di un’ora, un gruppo di una chat della Clubhouse composto da almeno 5.000 persone si incontra in questa chat e trasmette informazioni in tempo reale.

Studenti e professori descrivono in questa chat, minuto dopo minuto, la loro azione nonviolenta, trasmettono i loro Forum e si danno appuntamento.

Le modalità di questa protesta sono davvero straordinarie, senza precedenti in questo paese.

Rappresentano un insegnamento per tutti su come aggirare la censura e il bavaglio nei regimi autoritari e, ci permettiamo di aggiungere, conoscendo la storia delle contestazioni dei giovani in Turchia, che non è un caso che proprio in questo paese si stia diffondendo questa modalità di lotta nonviolenta.

Chi ascolta la chat può anche ascoltare in tempo reale i raid della polizia e gli arresti.

Gruppi di chat trasmettono per ore, alcuni ininterrottamente per giorni interi, diventando rapidamente un centro di attivismo e di mobilitazione durante la quale gli utenti fanno anche richieste di tutto ciò di cui hanno bisogno: tende, coperte, cibo e altri generi necessari.

Moderatore di una delle più seguite stanze dell’app Clubhouse della Bogaziçi è il professore Furkan Dabaniyasti che sostiene che la partecipazione ai dibattiti in alcune stanze è pari alle apparizioni popolari del miliardario sudafricano Elon Musk per questo tipo di applicazione.

Come si comprende bene, questa app è anche un modo per aggirare i divieti di manifestazione e di aggregazione imposti dalla pandemia.

Sulla piazza e sulle strade si vedono pochi studenti che manifestano, ma nelle chat la partecipazione è davvero di massa.

Studenti e accademici riuniti nei forum discutono di tutto, apertamente e pubblicamente: dal sesso alla politica, alla criptovaluta, ai diritti civili, suddivisi in gruppi di chat aperte in cui possono entrare e uscire istantaneamente e si organizzano per garantire che le proteste siano rigorosamente pacifiche, gioiose, goliardiche.

Sebbene non vi siano ancora dati solidi, i turchi che si sono riversati nelle Clubhouse da gennaio di quest’anno, sono in numero tale da porre questa applicazione in cima all’elenco delle app di social media “più scaricate” in Turchia nelle ultime due settimane.

Gli utenti turchi includono nei forum anche musicisti famosi, come il rapper Ezhel, nonché giornalisti e influencer che vantano milioni di follower.

Tale applicazione aveva avuto un rapido successo, ma successivamente repressa, anche in Cina, dove migliaia di cittadini della Cina continentale hanno avuto discussione e dibattiti senza censure su questioni delicate come il trattamento da parte di Pechino dei musulmani uiguri e sulla situazione a Taiwan e a Hong Kong.

Le autorità cinesi hanno poi rapidamente bloccato l’accesso alla piattaforma.

L’opprimente censura che vige in Turchia e l’estrema retorica polarizzante utilizzata dall’AKP e dai suoi alleati di governo ha favorito l’ascesa delle Clubhouse.

Fino a poco tempo era impossibile praticare questo tipo di aggregazione all’aperto a causa della pandemia, ma ora è possibile farlo con questa applicazione.

Cosa ancora più importante e che questa modalità di aggregazione ha aiutato le persone che non si sarebbero parlate a causa della forte polarizzazione che si è prodotta negli ultimi sette anni.

Ora ci si ascolta, si dialoga e spesso si trova un terreno comune che colma le differenze.

Alcuni utenti hanno utilizzato la funzione di chat di gruppo per creare “spettacoli”, con relatori designati e conduttori che parlano di argomenti specifici.

Con la ClubHouse in qualche modo il dibattito si democratizza, perché anche le persone con poco seguito hanno la stessa visibilità di alcuni dei giornalisti più famosi del paese in alcune “chat room”.

Le Clubhouse stanno contribuendo a rompere i muri costruiti dai media allineati al governo e questo potrebbe aiutare la società civile a interfacciarsi sulle questioni più spinose e a organizzarsi meglio raggiungendo ogni ambito sociale del paese e a condurre più efficaci battaglie di libertà in modo rigorosamente nonviolento nei regimi autoritari.

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