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Dante, un federalista europeo ante-litteram

di Martina Scaccabarozzi

Tra le opere di Dante, vi è la Monarchia (1310), un trattato di politica nel quale l’autore cerca di spiegare perché l’Europa, per sopravvivere alla cupidigia delle nazioni che van formandosi proprio in quegli anni, dovrebbe affidarsi ad un governo “universale”. L’autore sostiene nel suo libro che la monarchia “universale” serva meglio di ogni altro regime al benessere del mondo e all’umana felicità, poiché essa sola è in grado di garantire la quiete e la tranquillità dello stato di pace sulla base del ragionamento “non c’è niente che il monarca possa ancora desiderare, perché la sua giurisdizione è delimitata soltanto dall’oceano”.
A Dante non restava che rifarsi all’ovvio modello storico rappresentato dall’Impero romano.
Dante era un “federalista” ante litteram.
Aveva capito che la miccia della guerra è nel desiderio di invadere ed occupare territori e risorse con la prevaricazione e solo uno sguardo politico sovranazionale avrebbe salvato il mondo dalle violenze.
Dante fu testimone invece del crollo delle potenze “universali” del suo tempo, la Chiesa e l’Impero germanico, in lotta fra loro per la supremazia identitaria dell’Occidente.
Queste considerazioni, ben argomentate dallo studioso Walter Ullmann si rifanno all’esperienza del poeta il cui bando ed esilio “affinarono la coscienza politica e stimolarono il pensiero creativo più di qualsiasi altra condizione: infatti l’esiliato, quando rimedita il passato, guarda al futuro.

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