Un altro genere di politica

Sofa-gate: quando l’Europa siede in silenzio

Di Eugenia Aguilar Jauregui
 

Lunedì 5 aprile, ad Ankara, Turchia, si è tenuto un incontro ufficiale fra Unione Europea e governo turco con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel e la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. Più che per gli argomenti trattati, la notizia dell’incontro è diventata virale a causa del cosiddetto sofa-gate: von der Leyen è rimasta senza sedia, dopo che le uniche due presenti sono state occupate da Michel ed Erdogan. Nei giornali e nei social, da giorni si è aperto un ampio e partecipato dibattito sul sessismo nei confronti delle leader donne, sulla natura prepotente e dittatoriale del premier turco e sui problemi delle istituzioni europee, conflittuali tra loro e poco rispettate all’estero.

Vale la pena prendersi cinque minuti per capire meglio come siamo arrivati al sofa-gate e perché si tratta di un episodio che rappresenta perfettamente le discutibili scelte di politica estera adottate dall’Unione Europea nei confronti della Turchia.

Nessuno si è scandalizzato per il comportamento di Erdogan (da tempo conosciuto come politico misogino e poco attento ai diritti), molti invece si sono sorpresi dell’inazione di Charles Michel, che seppure era perfettamente prevedibile e in linea con il silenzio che l’UE adotta rispetto ad azioni insostenibili della Turchia di Erdogan.
La scelta di Erdogan di non riservare una sedia a Ursula von der Leyen non è stata casuale, ma premeditata al fine di mettere in luce la fragilità dell’Europa di fronte al suo attuale potere; con un semplice gesto come questo è riuscito a screditare l’importante traguardo di avere per la prima volta una donna a capo di una delle più importanti istituzioni europee. Per dimostrare che non si tratta di un caso basta tornare al 2015 quando di sedie per l’allora Presidente della Commissione Europea Juncker non mancavano, anche in quel caso accompagnato dall’allora presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk.

D’altronde, cosa ci si può aspettare da un “dittatore” (così come è stato definito dal Presidente Draghi) che ogni giorno fa un passo indietro nella tutela dei propri cittadini e che poche settimane fa, tramite un decreto presidenziale, ha permesso l’abbandono della Turchia dalla Convenzione di Istanbul?

Nell’anno in cui a causa della pandemia la violenza domestica ha raggiunto in tutto il mondo dei livelli altissimi, diventando una pandemia nella pandemia, la scelta di abbandonare un Convenzione che obbliga i paesi firmatari ad adottare una legislazione che punisca le violenze di genere è un vero schiaffo ai diritti delle donne. Scelta giustificata dal Governo turco con argomentazioni superficiali: secondo loro non sono necessari trattati specifici e le donne sono già tutelate dalla Costituzione turca. I dati però solo allarmanti: secondo l’OMS, nel 2021 in Turchia è stata uccisa circa una donna al giorno. Purtroppo, il passo indietro nella tutela delle donne non è un caso isolato: in generale, i cittadini turchi stanno vivendo continui passi indietro nella tutela dei propri diritti e chiunque metta in discussione le scelte di governo finisce spesso per essere perseguitato con accuse di ogni tipo. Per non parlare dei diritti dei migranti che oltrepassano i confini turchi nel loro viaggio verso l’Europa.

È proprio nella gestione delle politiche migratorie volute dal Consiglio Europeo, senza tener conto del Parlamento (unico organo sovrastatale europeo), che sorge il principale errore che oggi ha portato anche al cosiddetto sofa-gate. Il rapporto tra Unione Europea e Turchia è indubbiamente importante per l’economia turca e anche per alcuni paesi europei (l’Italia è il secondo più importante partner commerciale europeo della Turchia dopo la Germania), ma la scelta di stipulare accordi nel 2016 volti a finanziare un paese con un capo di governo che è quanto di più lontano dai valori democratici d’Europa pur di esternalizzare la gestione dei flussi migratori e limitare gli ingressi in Europa ha dato origine a pericolose conseguenze.

La cosa peggiore è che l’Italia, sulla scia e con la benedizione europea, ha replicato questa linea politica con la Libia arrivando a stipulare con l’allora Ministro Minniti gli accordi del 2017 che puntavano a rafforzare i confini e a delegare la gestione ed il contenimento dei flussi alla Libia in cambio di finanziamenti. I risultati sono stati del tutto fallimentari in entrambi i casi: non solo invece di aiutare Libia e Turchia verso un percorso di democratizzazione abbiamo rafforzato le derive più pericolose e dittatoriali, senza evitare che altre potenze mondiali interferissero (come la Russia), ma allo stesso tempo abbiamo fornito loro, e continuiamo a finanziare, pericolosi strumenti di ricatto verso l’Unione e l’Italia.

La cosa che colpisce del sofa-gate è che dimostra come l’attuale collaborazione, una cooperazione deformata e solo di facciata, stia mettendo in crisi le fondamenta sulle quali si è costruita l’Unione Europea: democrazia, rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti umani.

Sostanzialmente siamo artefici di un “virus” che indebolisce gli anticorpi democratici europei e per il quale continuiamo a non cercare un vaccino. Probabilmente se fossimo riusciti a creare istituzioni europee sovrastatali con maggiori competenze rispetto a quelle attuali, oggi non avremmo mai visto accadere qualcosa di simile al sofa-gate. Ma non ne siamo stati capaci e siamo ancora qui. Abbiamo fallito. Prima di entrare in una crisi ancora più profonda, perché tocca le nostra fondamenta, è tempo che gli Stati europei prendano in mano la situazione, trovino nuovi accordi per la gestione della crisi migratoria basati su un vero senso di cooperazione, con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze e di condividere le responsabilità.

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