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Siamo in piena carestia di chip: è l’ora di una politica industriale europea dei semiconduttori

di Vincenzo Carmine Noviello
La crisi internazionale del mercato dei semiconduttori è una delle sfide economiche e politiche cruciali che l’Unione Europea deve affrontare in questo periodo. Oggi infatti stiamo vivendo un nuovo “chip crunch”, ovvero un surplus della domanda di circuiti integrati rispetto ai ritmo di produzione mondiale, simile a quello occorso durante la seconda metà degli anni ’80.
La causa allora fu un trattato economico bilaterale tra Stati Uniti e Giappone, fortemente voluto dalla presidenza Reagan per contrastare il dumping strategico dell’industria nipponica del settore, allora dominante, e favorire così la produzione interna; gli effetti invece furono un aumento generale dei prezzi al cospetto di una domanda sempre crescente, con l’industria americana incapace di soddisfarla a pieno.
Ci volle l’ingresso massiccio dell’industria sudcoreana, tuttora imponente in questo settore settore, per ritornare ad un tasso di produzione internazionale a regime.
Oggi le cause sono state la pandemia da Covid-19 e la guerra commerciale mossa dalla presidenza Trump, che ebbe esplicitamente inquadrato il settore dei semiconduttori come uno dei punti deboli dell’industria cinese, e non a torto.
Gli Stati Uniti oggi contribuiscono (dati SIA 2020) al 48% circa del fabbisogno mondiale di circuiti integrati per tutti i settori produttivi (ICT, automotive, domotica, intrattenimento), contro il 5% circa della Cina; è controintuitivo rispetto all’opinione pubblica, eppure l’industria cinese non mai è riuscita a replicare del tutto il know-how per la produzione di massa dei microchip di ultima generazione. Anzi, sta provando con ogni mezzo, e non sempre corretto, a recuperare questo deficit ingegneristico.
Il continuo taglio dei ponti commerciali tra le due potenze ha avviato una vera e propria carestia di chip, alimentata poi dal blocco generalizzato causato dalle misure restrittive per arginare la pandemia ancora in corso. Per questo motivo ad esempio sono state già preventivate dai maggiori attori economici settoriali contrazioni maggiori di produzione di automobili, elettrodomestici ed elettronica di consumo.
L’Unione Europea (market share settoriale stimato intorno al 10%) si è trovata in mezzo a questo “fuoco incrociato” che sta compromettendo ulteriormente la tenuta del tessuto industriale europeo, in particolare quello dell’automotive estremamente dipendente dalla componentistica elettronica (i grandi produttori di auto non fanno mai inventario, comprano quello che serve per la produzione corrente al fine di tenere sempre il passo dello sviluppo tecnologico), ma non si è lasciata cogliere impreparata: su intervento diretto dell’attuale commissario europeo per il mercato interno Thierry Breton, il 2030 Digital Compass, ossia la roadmap per l’Europa Digitale in questo decennio, prevede l’attuazione di una serie di politiche di convergenza tra gli stati membri e di finanziamenti alle aziende europee del settore per ridurre sempre più tale dipendenza strategica.
In questo senso è di ottimo auspicio l’intenzione di avviare un nuovo IPCEI (Important Project of Common European Interest) da integrarsi a quello del 2018 sui microprocessori da parte dei governi di Italia, Francia e Germania per il potenziamento di tutta la filiera produttiva. È un progetto molto ambizioso, che dovrebbe dotare l’industria europea anche di fonderie capaci di sostenere il tasso di produzione necessario per la tecnologia corrente e contestualmente diventare l’apripista delle nuove tecnologie produttive future.
Il recente blocco imposto dal governo Draghi attraverso il cosiddetto “golden power” (lo strumento che il governo ha per controllare o addirittura vietare cessioni di asset di valenza strategica nazionale ed internazionale, riconducibile al DL 21/2012 poi convertito nella legge 56/2012 e di recente allargato ad altri settori, tra i quali quello dei semiconduttori, nel DL 23/2020 poi convertito nella legge 40/2020) sull’acquisizione delle quote di maggioranza di un’azienda italiana che ingegnerizza macchinari industriali per la produzione di microchip da parte di una big tech cinese va nella giusta direzione: solo superficialmente può essere visto come un’ingerenza governativa sulla libertà di mercato internazioale, poiché l’intromissione di una nazione avversaria in una sezione del tessuto industriale europeo mai come oggi critica non può che essere deleteria. Non è sovranismo da politica strillata, è strategia lungimirante per il rilancio post pandemico dell’industria italiana ed europea.
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