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Un polo libdem per riforme su economia e lavoro: così battiamo sovranisti e nazionalisti

di Paolo Costanzo

Costruire il polo liberal democratico, riformista e ambientalista, seguendo la strada tracciata da Benedetto Della Vedova, il quale, sin da Ottobre 2019, in occasione dell’incontro di Napoli, aveva auspicato una federazione che, su basi politiche, delineasse la convivenza della diverse anime che compongono l’area, è l’unica soluzione che permette di mitigare il successo elettorale delle forze populiste, sovraniste e nazionaliste le cui politiche sociali ed economiche rappresentano un serio pericolo per il futuro del Paese.

La liberal democrazia attraversa un periodo di crisi in termini di consenso. Le forze populiste, nazionaliste e sovraniste hanno suscitato un consenso inaspettato fondando la propria propaganda sulla promozione di ricette nazionaliste e illiberali e su forme di democrazia gerarchica. La narrazione antieuropeista, che si fondava sul ruolo dell’euro e sull’austerity imposta dal patto di stabilità quali ragioni del malessere dei cittadini, ha mostrato la sua fragilità anche grazie alla posizione assunta dall’UE in risposta alla crisi sanitaria. Oggi si è spostata su questioni identitarie e sui presunti diritti delle nazioni.

Il loro successo si fonda sul ruolo di follower dell’opinione pubblica assunto dai leader populisti, sulla capacità di ricercare continuamente l’emozione pubblica. Hanno una concezione della politica fondata su cosa dire nell’immediato, molto più che a cosa fare nel medio periodo, con un’agenda totalmente dominata dai social network e dai media e hanno la capacità di non perdere il consenso nonostante affermino nel tempo posizioni che poi vengono da loro stessi contraddette.

Per difendere la liberaldemocrazia occorre costruire una narrazione positiva che isoli e controbilanci gli effetti delle narrazioni “tossiche”, anche pensando alle cause che hanno condotto alla sua crisi. Se la politica di oggi è assimilabile a un festival di narrazione, occorre contro-narrare per provare a bilanciare le tendenze “pericolose” per le democrazie liberali. Non è semplice anche perché sarà essenziale far emergere la complessità semplificandola il più possibile.

Oggi l’agenda politica è dettata dal PNRR, dalle riforme e dagli investimenti auspicati dall’Unione Europea ed è il momento storico per affermare ed intestarci le riforme, pur nella complessità della loro attuazione e della capacità amministrativa di allocare adeguatamente le risorse. Dobbiamo evitare che il Governo Draghi, il cui Primo Ministro è il più europeista che potessimo auspicare, non diventi la bandierina di Salvini.

Dobbiamo agire sulla modalità di racconto delle priorità del Paese, ovvero la crescita sostenibile che si fonda sull’innovazione, sulla sostenibilità ambientale e sulla sostenibilità intragenerazionale e intergenerazionale. In altre parole, Crescita Digitale Verde e Responsabile. Il Green deal europeo, unitamente alle battaglie sui diritti individuali, deve diventare la nostra agenda politica e dovremo agire sulle modalità di racconto, renderle notiziabili, spettacolarizzarle, adeguarle ai bisogni del consenso e renderle in grado di catturare l’attenzione per via empatica.

Il malessere dei cittadini oggi è determinato dall’incertezza sul futuro e l’incertezza genera il panico e si presta al richiamo della narrazione.

Le reali ragioni della stagnazione ventennale che ha caratterizzato il nostro paese risiedono nella bassa produttività del lavoro penalizzata dalla scarsa accumulazione di conoscenze e abilità nelle imprese e dalla scarsa capacità innovativa delle stesse che non hanno sfruttato i due sistemi di innovazioni integrate con un effetto disruptive sui processi industriali e sui modelli di business: mi riferisco allo sviluppo del web e delle reti a alla generazione di algoritmi sempre più sofisticati.

Grazie al PNRR, se le risorse saranno allocate correttamente, potremo recuperare il tempo perduto.

Gli investimenti dovranno: (i) essere orientati a permettere la crescita della produttività e il conseguimento degli obiettivi del Green Deal europeo; (ii) migliorare le capacità digitali; (iii) rafforzare e rendere efficiente il SSN; (iv) promuovere l’inclusione sociale e di genere, in particolare attraverso l’istruzione e le competenze, nonché la coesione regionale. Il nuovo patto sociale si deve basare sulla conoscenza e quindi sull’accesso all’istruzione e alla formazione permanente.

L’innovazione tecnologica determinerà nuove professioni con competenze di livello elevato. Creare nuovi posti di lavoro sarà più semplice che formare il personale per occuparli. Solo con uno sforzo continuo alla riqualificazione delle persone si vincerà la sfida e la complessità sarà determinata dalla resistenza emotiva degli individui ad affrontare la propria carriera lavorativa (insufficiente resistenza mentale al cambiamento; individui che dovranno continuare a reinventare se stessi senza perdere il proprio equilibrio mentale). Gli individui dovranno continuare a sviluppare nuove competenze e a cambiare la loro professione. I governi, con il supporto delle parti sociali, dovranno intervenire sia promuovendo un settore dedicato alla formazione permanente, introducendo il diritto soggettivo alla formazione continua, sia organizzando una rete di sicurezza per gli inevitabili periodi di transizione.

Grazie al programma Next Generation Eu sarà possibile disegnare un percorso di crescita che guardi alle generazioni future e che sia sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale. L’efficiente allocazione delle risorse sarà quindi l’elemento essenziale alla stabilità macroeconomica, alla creazione di posti di lavoro e alla generazione di risorse per le politiche di coesione a sostegno dei più svantaggiati, nel contesto della doppia trasformazione ecologica e digitale al centro dell’agenda europea.

Il successo dipenderà anche dalla capacità di mitigare il Digital Divide del nostro Paese che è determinato da due fattori: i) inadeguatezza delle infrastrutture materiali; ii) assenza diffusa di competenze digitali.

Quanto all’inadeguatezza delle infrastrutture materiali, nonostante la rete di accesso fissa e mobile alla banda larga si sia evoluta negli ultimi anni, il Digital Economy and Society Index (DESI) pone il nostro Paese al di sotto della media europea per copertura e velocità della rete di accesso. Sarebbe pertanto opportuno colmare questo gap attraverso gli adeguati investimenti.

Quanto alla diffusione delle competenze digitali, non curarsi delle persone prive di competenze digitali, rischierebbe di accentuare le disuguaglianze presenti nella nostra società. Occorrerebbe pertanto individuare soluzioni che permettano a tutti di accedere e utilizzare i servizi digitali prevedendo, ad esempio, luoghi fisici distribuiti sul territorio nazionale, anche nelle zone periferiche, con una adeguata infrastruttura e con personale competente in ambito digitale. Gli uffici postali potrebbero svolgere un ruolo in tal senso, ma anche gli spazi che in passato ospitavano gli esercizi commerciali potrebbero diventare luoghi attivati dall’iniziativa privata.

Per contrastare poi la paura per le novità e permettere una conoscenza consapevole delle potenzialità delle nuove tecnologie, sarebbe necessario creare dei luoghi dove la tecnologia del futuro sia visibile e sperimentabile da tutti. Si tratterebbe di costituire dei Digital Innovation Hub con contributi misti pubblico-privato con ramificazioni territoriali in tutto il territorio nazionale. Un modello di riferimento potrebbe essere quello adottato nell’area Expo 2015 di Milano nel quale si sta creando il Milano Innovation District (MIND).

+Europa dovrà pertanto assumere un ruolo da protagonista nel promuovere un programma di riforme istituzionali ed economiche anche al fine di rendere più equa la distribuzione della crescita economica e di mitigare l’insicurezza derivante dalla tecnologia e dalla globalizzazione. Servono innanzitutto educazione e formazione continua, un mercato del lavoro che favorisca l’accesso alle posizioni migliori, una riconversione delle economie.

 

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