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Perché è necessaria una legge elettorale proporzionale.

di Marco Taradash
“Chi ha dei pensieri pensa in mezzo alle contraddizioni”. È un aforisma di Karl Kraus che mi torna utile spesso da qualche anno a questa parte, ed è più che mai d’aiuto oggi, in vista dell’elezione del Presidente della Repubblica e delle successive elezioni politiche.
Avversare l’elezione di Draghi al Quirinale, nel timore di veder interrotto il percorso delle riforme indispensabili per tirar fuori la società italiana da un quarto di secolo di degrado politico, istituzionale, civile ed economico – il cui apice è stato raggiunto nel triennio dei due governi Conte? Oppure assicurarci la sua costante azione di sorveglianza sulla politica e l’economia per altri sette anni, confidando nella replica di una esperienza felice come fu il binomio Einaudi-De Gasperi nell’immediato dopoguerra? Ma dove trovare nel panorama afoso della politica italiana una figura che almeno in qualche tratto possa ricordare la tempra di un De Gasperi?
Ed ecco che subito si prospetta una contraddizione decisiva per chi, come me e tantissimi altri (la maggioranza degli elettori addirittura, per un non breve periodo negli anni ’90 del secolo scorso) ha creduto, sostenuto e si è impegnato in prima persona per una trasformazione del sistema elettorale in chiave maggioritaria, pensando all’uninominale inglese (che fummo a un passo dal conquistare nel referendum del 1999), al presidenzialismo americano, addirittura!, o in subordine al semipresidenzialismo francese.
Alla fine degli anni della prima repubblica il sistema dei partiti italiano si era arenato, dopo essersi sfiancato nella contrapposizione ideologica fra Dc e Pci cui faceva da (pessimo) contrappeso la loro compromissione politica e affaristica, si era infine autoaffondato nella palude dell’inerzia decisionale e della corruzione metodica.
La seconda repubblica si preannunciava come un occasione irripetibile: caduta fragorosa dello Stato Guida del comunismo mondiale e scioglimento in forza della storia del Pci, disciolti i partiti di governo in forza della magistratura – che non si immaginava sarebbe riuscita a costituirsi per un ventennio come continuazione del Pci con altri (e più potenti) mezzi – elettorato confuso ma ansioso di trasformazioni radicali del sistema.
Era apparsa plausibile, per qualche momento, la conversione a un sistema elettorale uninominale maggioritario, sperimentato nei decenni o addirittura nei secoli, che garantisse il buon funzionamento di governo e Parlamento, rafforzasse lo stato di diritto, offrisse ai cittadini una alternativa elettorale chiara.
Niente di tutto questo si è realizzato, abbiamo assistito al fallimento di entrambi i fronti (centrodestra e centrosinistra) su tutti i fronti. Il no al referendum costituzionale del 2016, che avrebbe fra l’altro messo fine al “bicameralismo paritario” ha segnato la fine di ogni ipotesi di cambiamento e insieme della cosiddetta seconda repubblica.
Poi il 2018, l’annus horribilis della politica italiana: la demagogia, l’ingordigia, l’incompetenza, la brutalità del primo governo Conte 5stelle-Lega. Di seguito l’inettitudine e le compromissioni (di nuovo, sì) della sinistra con il partito maggiore, il M5S, con la nascita del secondo governo Conte e la conferma delle controriforme grilline, prima fra tutte la riduzione del numero dei parlamentari senza alcuna modifica del sistema istituzionale.
Infine la sorpresa del governo Draghi, voluto da un Presidente della Repubblica consapevole del rischio mortale che incombeva sulle strutture della democrazia e dell’economia italiane. Un governo cui si è arreso senza condizioni il sistema dei partiti, altrettanto consapevole della propria inadeguatezza e della nessuna credibilità internazionale di fronte alla crisi provocata dalla pandemia.
Oggi i sondaggi ci dicono che un solo partito, il più estremo (Fratelli d’Italia), supera, di pochissimo, la percentuale del 20% di consensi, mentre la realtà politica mostra quotidianamente le fratture esistenti all’interno delle due coalizioni che hanno retto il governo nei vent’anni precedenti.
A sinistra Pd e M5S tentano con debole convinzione e scarsissimo successo di costituire un’alleanza “strutturale”, a destra i due partiti sovranisti, alleati dell’estrema destra europea (e antieuropea), si contendono lo stesso elettorato collocandosi l’uno al governo l’altro all’opposizione, mentre Forza Italia gioca una partita moderata che la vede soccombere elettoralmente ai tradizionali alleati.
La legge elettorale in vigore, maggioritaria all’italiana, il rosatellum, ha già dimostrato alle elezioni del 2018 la sua natura frodatoria: alleanze di coalizione il giorno delle elezioni, maggioranze “proporzionaliste” al momento della formazione dei governi. Un inganno nei confronti degli elettori non ulteriormente accettabile.
Né possiamo fingere di non sapere che la nuova conformazione del Parlamento – bicameralismo più paritario che mai, riduzione del numero dei deputati e, in particolare, dei senatori – avrà effetti devastanti sulla funzionalità delle Camere.
Possiamo avere un governo espressione di un vero bipolarismo (di bipartitismo manco a parlarne, neppure in prospettiva) che nasca da alleanze politiche fondate su valori comuni, su progetti frutto di un idem sentire? La realtà ci urla il suo no.
Una operazione verità è oggi necessaria nei confronti degli elettori italiani: qualsiasi sistema elettorale basato su una coalizione di partiti sostanzialmente avversi gli uni agli altri, incompatibili su temi fondamentali, sarebbe, di nuovo, e peggio che nel 2018, un tradimento della Costituzione e della sovranità popolare.
Occorre prendere atto della realtà e rendere compatibile realtà è verità. Oggi questo è possibile soltanto attraverso un sistema elettorale proporzionale, che consenta di fotografare la volontà degli elettori al di là delle illusioni diffuse dai diversi partiti, e restituire al Presidente della Repubblica e al Parlamento quei poteri che solo per vie traverse sono stati esercitati nell’ultima fase di questa legislatura.
È una conclusione amara per tutti quanti hanno per decenni combattuto per una riforma liberale anche del sistema elettorale, ma sarebbe da irresponsabili confluire nella congrega politicante di chi pretende di fare dell’elettorato massa di manovra per i propri giochi di palazzo.
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