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Cipro: un pugno nello stomaco dell’Europa

di Federico Barbieri

In Italia scateniamo spesso discussioni feroci sul concetto di libertà, come se fossimo filosofi alla John Locke, il vero inventore della dottrina liberale che da quasi quattro secoli determina il comune pensare di tutti noi abitanti europei (e in questo caso anche nordamericani).
Il problema di questo comportamento è di non considerare che in realtà viviamo in un paese piuttosto libero dopotutto, da quasi ogni punto di vista. Infatti, pur ritenendo doveroso combattere civilmente e politicamente affinché nuovi diritti e nuove libertà possano entrare nel pantheon democratico del nostro paese, come il caso ultimo dell’eutanasia legale sta dimostrando, mentirei se dicessi che l’Italia non offre già ai grandi privilegi e benefici ai propri cittadini.
Ma non voglio adesso addentrarmi in riflessioni giuridico-politiche su temi interni all’Italia, bensì utilizzare questo incipit per introdurre il vero argomento della mia riflessione, la situazione cipriota.
L’isola di Cipro infatti, come noto, è divisa dal 1974 in due differenti Nazioni, il quale concetto dovrebbe dirsi superato, sicché attribuibile ad un’ottica politica militarista del secolo XIX, ma purtroppo ancora troppo vigoroso e forte in molti parti del mondo, per la veicolarità che questa espressione offre a concetti molto semplici, ma purtroppo pericolosi
per ogni popolo che non si senta abbastanza forte e sicuro di sé stesso: supremazia, aggressività, difesa e attacco.
Supremazia sull’altro, aggressività verso l’altro, difesa e attacco del noi contro l’altro. Il problema cruciale è quindi ancora una volta l’alterità, lo storico problema che affligge l’umanità, fragile e alla continua ricerca di soluzioni e strategie di preservazione e affermazione del proprio quis ego sum nel mondo. Lo stratagemma di attingere alla fonte dell’odio non è un caso venga applicato ogni volta che dinamiche di scala maggiore rispetto a quelle del vivere quotidiano smuovono
interessi economici e poteri politici. Ed è questo il caso di Cipro, oggetto da sempre delle mire espansionistiche di spasmodici governi autoritari e imperi ambiziosi, dai bizantini ai turcomanni, fino greci dei colonnelli, che fomentando la politica del nazionalismo etnico, quello greco, cercarono di appropriarsi dell’isola dopo pochi anni dall’abbandono inglese del 1960.
Questo sfortunato evento, che tuttavia godeva di supporto da parte della componente etnica greca-cipriota, la quale caldeggiava l’annessione dell’isola al governo ateniese in virtù di una ricomposizione dell’antico splendore dell’Impero di Bisanzio (énosis) spaventò la popolazione turca dell’isola, per le ovvie ragioni di cui prima, al punto di richiedere l’intervento della nazione turca in loro difesa, che determinò un’invasione militare, una guerra civile tra due “etnie” cipriote, ossia i greci e i turchi, con omicidi, violenze e distruzione, fino all’intervento dell’ONU che determinò un cessate il fuoco che dura fino ad oggi. Di fatto Cipro, formalmente riconosciuta una unità territoriale, è de facto controllata per circa metà del suo territorio da una realtà politico-amministrativa differente, la Repubblica Turca di Cipro Nord, riconosciuta solo dalla Turchia, artefice occulta di pericolose politiche espansionistiche nel Mediterraneo e nel Medio Oriente.
L’attuale capitale di entrambe le Nazioni, Nicosia, è tagliata a metà da una linea, da un concetto geometrico, da un artifizio del genio razionale umano, che separa ineluttabilmente una stessa città, con la sua cultura e le sue usanze frutto di ibridazioni
millenarie in due identità che devono per forza considerarsi distinte. Il filo spinato e i soldati che presidiano le zone del “muro” di confine, composto prevalentemente da vecchie taniche di latta riempite di detriti, non hanno di solito più di
venti anni e sono probabilmente freschi di leva obbligatoria, dalla torretta chiedono fieramente di non avvicinarsi troppo o scattare fotografie. Anche loro sanno che è tutto finto, ma maledettamente reale. Se attraversi la linea, ti sparano. Il paradosso della situazione cipriota sta nel fatto che questa situazione è interna all’Unione Europea, la cosiddetta “linea verde” è infatti considerata formalmente una “frontiera interna”. Il problema, serio, è tangibile sicché nello stomaco della più potente unione non federativa tra Stati del mondo, che ancora una volta, come nel caso ucraino, bielorusso, libico e afghano, si dimostra estremamente debole e divisa nell’elaborazione di decisioni coordinate. L’azione politica dell’Unione deve essere più forte di quella attuale, in stasi da quando il piano proposto dal segretario generale ONU Cofie Annan fallì rovinosamente nel 2004. La linea da trovarsi deve essere tesa a rifiutare categoricamente il ricatto di paesi quali la Turchia del sultano Erdogan, che calpestano la dignità e la cultura di altri per le loro megalomanie. Nuove politiche di riappacificazione e collaborazione saranno produttive solo se condivise dalla gente comune, dai locali. Non servirà a niente trasbordare dal continente solo un modello economico se non saranno risolti con la diplomazia i problemi di ordine geopolitico dell’area del Mediterraneo Orientale. A questo serve implementare lo Stato Europeo, a garantirci contro coloro i quali cercano di destabilizzare lo Stato di Diritto, sfruttando le condizioni psicosociali di chi lì per lì possa apparire il più debole.

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