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Ha ragione Draghi, lo sviluppo deve diventare sostenibile: in nome dei giovani e della transizione ecologica

Di Anna Lisa Nalin

Mario Draghi non ha usato mezzi termini: i giovani hanno ragione e dobbiamo fare molto di più. Un impegno assunto con parole autorevoli e ferme, pronunciate allo YOUTH4CLIMATE di Milano, il primo negoziato per il clima gestito interamente da under 30. E lo ha fatto subito dopo aver incontrato l’attivista ambientale Greta Thunberg.

Il post pandemia e le strategie per la ripresa devono fare i conti con l’emersione di tre diverse crisi: la crisi climatica, la crisi sanitaria e quella alimentare, tutte strettamente correlate tra loro. La pandemia e la recessione mondiale hanno spinto quasi 100 milioni di persone in povertà estrema, portando il totale a 730 milioni. I cambiamenti climatici colpiscono con maggiore vigore quelle popolazioni che vivono in paesi con un’economia agricola di sussistenza,  dove è aumentato il rischio di siccità, le inondazioni e gli eventi meteorologici estremi.

Ora Draghi preme sull’acceleratore: si deve agire più velocemente e con più efficacia. E una delle sfide principali si gioca proprio sul fronte della transizione ecologica che deve rappresentare la leva per uno sviluppo economico sostenibile.

Per il premier la transizione ecologica non è una scelta ma una necessità: o si affrontano adesso i costi di questa sfida oppure il prezzo da pagare sarà molto alto.

Per questi motivi il 40% delle risorse nel nostro Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è destinato proprio alla transizione ecologica. Gli obiettivi: aumentare la quota delle rinnovabili nel nostro mix energetico, rendere più sostenibile la mobilità, migliorare l’efficienza energetica dei nostri edifici e proteggere la biodiversità.

L’attuale generazione di giovani, quella che sta mettendo sotto scacco l’inerzia dei grandi del mondo sul fronte della tutela ambientale, è la più numerosa di sempre: circa 3 miliardi di persone con meno di 25 anni (la maggior parte delle quali viene proprio da paesi a basso e medio reddito). Questa generazione, dunque, è anche la più minacciata dai cambiamenti climatici.

I Paesi del G20 generano oltre l’80% del PIL a livello mondiale e oltre il 75% delle emissioni. È il tempo dell’azione, dunque, e della responsabilità. Aggiungerei, la responsabilità per uno sviluppo più sostenibile che deve essere anche collettiva: dai capi di governo a ognuno di noi. Lo chiedono i giovani.

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