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Salario minimo? Parliamone

di Luca Monti 

Il salario minimo. Se ne parla, si discute, le opinioni sono diverse.

Serve un salario minimo? Siamo in un paese civile, evoluto, molto sindacalizzato… e ciascuno dice la sua.

Da un po’ di tempo mi sto occupando di giovani e lavoro con servizi per la ricerca attiva di un inserimento. Il lavoro c’è, si trova, anche se non per tutti. Però non è sempre quello giusto, quello buono: può essere un ripiego e qualche volta è una fregatura. Che c’è di nuovo?

Incontro questo giovane in un bar del centro. Festeggiamo con un cappuccino e brioche, prima che prenda servizio in altro bar, molto più noto, molto più in centro.

È contento perché ha raccimolato quanto serve per iniziare l’università e, in questa estate di passaggio, ha lavorato, sì lavorato, nel più bel bar, turistico e caro, della città.

Com’è andata?

Benissimo. Dieci ore al giorno. Fino a sera inoltrata, non troppo per i mezzi perché abita in periferia.

In regola… sì in regola.

Come?… con un contratto strano: a chiamata. Ma mi chiamano tutti i giorni. Potrei rifiutare, se voglio, ma ovviamente “non posso”.

Ho capito. E la paga è buona?… certo, con tutte le ore che faccio! Però ho fatto i miei conti e viene circa 5 euro l’ora. Sono quello che prende di meno. Una ragazza che è lì da più tempo arriva a 6.

Caspita! Ma ti va bene?

Certo. Ho guadagnato i soldi che mi servono per iniziare. Tutto in regola e legale.

La settimana prossima inizia l’università e il mio contratto scade proprio questa.

Il titolare mi ha offerto di andare avanti, tanto – dice lui – mi tiene. Mi darebbe un piccolo aumento perché sono bravo e preciso. Conosco le lingue. E poi – mi dice – che ci vai a fare all’università, che non serve a niente in Italia?

Bel messaggio di fiducia per il futuro.

Sono storie che si possono raccogliere a migliaia, sempre con l’accortezza della privacy, perché c’è chi quel posto se lo deve tenere con le unghie e con i denti, anche se la mancia di un tavolo di turisti russi – da portare rigorosamente al titolare – può superare anche del doppio le tue dieci ore di lavoro.

Sono storie vere di quella dignità che manca, della dignità che si misura con il “compenso”.

E uno Stato civile… eccetera eccetera… come può non dire quale sia la soglia minima di quel compenso, al di fuori dell’oggetto della prestazione. Perché se il compenso compensa il tempo, la fatica, talvolta la sopportazione, ci sarà pure un limite.

Sottrarre alla contrattazione, alla valutazione, al compromesso questa soglia di dignità è necessario e deve valere per tutti e tutte le forme di lavoro. La dignità non è contrattabile.

5 euro l’ora? Ne facciamo una questione di misura? Certo!

Vogliamo ragionare del netto, del lordo, dei contributi? Possiamo farlo anche se, proprio qualche anno fa, questo ragionamento era stato già fatto. Perché in Italia i ragionamenti sono già stati fatti, poi si cade nelle realizzazioni (delle politiche del lavoro, dei diritti del lavoro…).

I famosi voucher, scomparsi e parzialmente riapparsi, definivano un taglio minimo: 10 euro che, al netto di contributi e tassa, arrivavano a 7,50. Fu uno strumento di successo, vittima di quel successo e di un veto e una minaccia di referendum, cui sarebbe sicuramente sopravvissuto.

E questa soglia potrebbe essere quella giusta anche per un’impresa dignitosa. Perché le imprese generano valore che da una parte ripaga con il profitto il rischio, la capacità, le qualità dell’imprenditore e dall’altra compensa il contributo dei lavoratori che collaborano a creare quel valore e quel profitto.

Sostenere una battaglia politica sul salario minimo è necessario per il bene dei lavoratori e delle imprese.

Anche l’Unione ci sta pensando perché la civiltà (e la dignità) qualche volta si misura.

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