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Invertiamo il paradigma: ripartiamo dai giovani e dalle donne

Di Anna Lisa Nalin

Ha ragione la Confindustria nel sostenere che il Governo è estremamente indietro sul fronte del Recovery Fund. Un rapido cambio di marcia è improrogabile nell’interesse della ripartenza del sistema economico e, soprattutto, dello sviluppo futuro.
L’Italia sta fallendo alcuni degli obiettivi primari del piano di rinnovamento europeo e in particolare quelli che riguardano categorie tradizionalmente senza voce nel mondo del lavoro ed anche politico del nostro Paese: i giovani e le donne, uniti in una sorte tristemente discriminante nel mercato occupazionale.

Era ed è, quindi, necessario predisporre strategie per le imprese e le professioni che vadano a favorire il trattenimento o il futuro inserimento/ re-inserimento di queste categorie lavorative “deboli”. Ad oggi, invece, si è preferita la tutela della classi “più forti o più protette” agendo a colpi di CIG, bonus, ristori, in una logica di interventi a pioggia quasi sempre reattivi anziché proattivi con il fine-in parte condivisibile ma certo non di visione- di alleviare il maggior numero di imprese, operatori e persone colpite.
In questo modo, tuttavia, i miliardi europei vengono “ipotecati” per misure di contenimento ma non per la progettazione del futuro.

Guardiamo allora all’Italia attraverso alcuni dati recenti.
Il report di Eurostat sull’impatto del coronavirus sul mondo del lavoro (relativo alla prima ondata pandemica) indica l’Italia come il terzo Paese più colpito in Europa (a seguito di Spagna ed Irlanda). I giovani sono individuati come più a rischio. Il costo della crisi, infatti, si è riversato sul settore dei servizi, sui lavoratori più giovani e sui lavoratori senza una laurea. I giovani in Italia rientrano, purtroppo, tra i “lavoratori marginali” con poca esperienza lavorativa oppure con bassa scolarizzazione, che trovano lavoro in fase di espansione dell’economia ma lo perdono in quelle di contrazione.
Se a tutto questo aggiungiamo la chiusura delle scuole, è evidente come il nostro Paese non stia investendo sul suo capitale umano più importante.

Altrettanto avviene sul fronte del lavoro femminile che è stato travolto dalla prima fase della pandemia (lockdown primaverile). Su 100 posti di lavoro persi il 55,9% ha colpito le donne, 470.000 posti su un totale di 841.000 (dati Fondazione studi dei consulenti del lavoro).

Le maggiori contrazioni sono avvenute nell’occupazione a termine, lavoro autonomo, part-time e nel settore servizi, soprattutto ricettivi e ristorativi, e di assistenza domestica, tradizionalmente legati al mondo femminile. Non c’è da stupirsi se pensiamo i gravosi pesi che la società ha riversato sulle donne per far fronte all’emergenza pandemica: smart working, gestione della casa, della DAD dei figli, tanto per citarne alcuni, senza contare le situazioni più drammatiche in cui le donne si ritrovano spesso intrappolate dentro le loro mura domestiche.

La forza lavoro femminile (stando al Censis) rappresentavano già prima del covid19 solo il 42,1% degli occupati complessivi in Italia e il tasso di attività era del 56,2% rispetto a 75,1% degli uomini. L’Italia rimane all’ultimo posto nella classifica  sul tasso di occupazione in Europa, la Svezia al primo posto con un tasso dell’81,2%.

Invertire il paradigma significa, dunque, non perdersi in discussioni politiche se sono più adatti i manager o i ministri a traghettare l’Italia verso i 209 miliardi del piano Next Generation Europe, ma eventualmente avere un team con le competenze necessarie per ridisegnare il sistema economico del nostro Paese. Significa rendersi conto che siamo già molto in ritardo rispetto a quanto avviato da Francia, Germania ed altri Stati dell’Unione. Significa che non bastano misure inserite qui e là se pur utili. Per incentivare assunzioni di giovani o di donne non sarà sufficiente l’azzeramento dei contributi (per 3 anni) alle aziende che li assumeranno a tempo indeterminato. Questi sono specchietti per le allodole, e in Italia le aziende non sono allodole. Non assumeranno in cambio di una defiscalizzazione, ma se oltre a questo troveranno anche le competenze richieste dal mercato.

Un cambio di paradigma richiede che il Governo investa in modo massivo sulla formazione e/o riqualificazione delle aziende stesse e, poi, delle categorie “deboli”. Il mondo con e post-covid vede e vedrà ancor di più nuovi processi, nuove tecnologie, nuovi prodotti, riconversioni, nuove forme di business e di organizzazione aziendale.
Per questo le imprese italiane hanno e avranno bisogno di personale preparato e qualificato per affrontare le sfide future, ma anche di flessibilità e di occupabilità. Sia i giovani che le donne possono offrire diversi di questi requisiti fondamentali. L’importante è costruire ponti tra scuola ed aziende (sovvenzionati questi si dal governo con il denaro pubblico, oltre che privato), così come tra le imprese e il mondo lavorativo femminile. Occorrono strategie innovative e rapidi piani di inserimento per recuperare il tempo perduto. E anche i sostegni economici diretti per la ripartenza dovranno essere assicurati ad aziende, operatori, studi professionali, che si dimostrino pronti a puntare in modo serio su innovazione, digitalizzazione, tecnologia, impatto sostenibile da rendere ancor più attrattivi se agganciati all’inserimento di giovani e di donne nei loro organici.

“L’Europa sarà quella che noi vogliamo che sia”. Queste le parole di Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione UE al termine del suo discorso sullo stato dell’unione pronunciato davanti al Parlamento europeo lo scorso 16 settembre.
Ora è il momento di ridisegnare e trasformare l’Italia che noi vogliamo che sia.

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