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Siamo per la concorrenza, leale, e per la protezione sociale. Siamo per la formazione continua e per chi non ha paura di rimettersi in discussione professionalmente. Siamo per un modello di istruzione dove scuole superiori, università, centri di ricerca e imprese dialoghino e sappiano arricchirsi gli uni con gli altri. Siamo per una politica di sviluppo che sappia ridare un’identità a tutti i territori e, soprattutto, proteggerne le unicità. Siamo per un’Italia capace di dimenticare gli errori del passato. E di credere davvero nel proprio futuro.

Mercato e concorrenza

L’Europa e il suo Mercato Comune, la libertà di circolazione al suo interno di persone, capitali, beni e servizi sono la dimostrazione migliore degli effetti virtuosi della concorrenza per la generazione di ricchezza e opportunità. I settori ancora non sufficientemente aperti alla concorrenza, dai trasporti all’energia, dai servizi pubblici locali alle professioni, vanno progressivamente liberalizzati.

È necessario privatizzare le imprese pubbliche che operano in mercati concorrenziali e garantire che alla privatizzazione corrisponda un processo di liberalizzazione che eviti il fiorire di nuovi monopoli privati. Questo avrebbe il duplice effetto virtuoso di contribuire all’abbattimento dello stock di debito e di liberare energie in settori ancora parzialmente o totalmente protetti, nell’interesse dei consumatori. È tuttavia fondamentale che i processi di privatizzazione abbiano luogo in un contesto di regole limpide e in una situazione di mercato che scongiurino operazioni non trasparenti, prive di solide prospettive industriali, non remunerative per l’erario.

Bisogna andare nella direzione del superamento dell’attuale assetto proprietario delle banche, rompendo il legame perverso che gli istituti di credito – tramite le fondazioni bancarie – hanno con la politica locale, causa principale della debolezza delle banche italiane. Anche in questo settore, è necessaria più concorrenza e più apertura agli investimenti esteri.

Vogliamo mettere a gara i servizi pubblici locali, per renderli più efficienti e restituire ai cittadini il potere di governare e controllare la qualità del servizio. I Comuni e le Regioni devono definire le strategie di governo dei trasporti tramite un contratto di servizio a cui le aziende vincitrici della gara dovranno poi rigidamente attenersi. Tutte le concessioni a privati del patrimonio pubblico devono seguire criteri trasparenti di aggiudicazione e di definizione dei prezzi, coerentemente con le direttive europee, in particolare la direttiva servizi (c.d. Bolkestein). Il patrimonio demaniale può essere messo a reddito dai privati purché vi sia un ritorno economico della collettività in termini di investimenti, cura e manutenzione.

È necessario introdurre una nuova normativa sul diritto d’autore per aprire il mercato e superare il monopolio SIAE.

Impresa e sviluppo

Nel lungo periodo il benessere e la qualità della vita del nostro paese saranno dipendenti dalla capacità delle imprese di restare al passo con lo sviluppo tecnologico del pianeta, mantenendo i punti di forza che hanno finora contraddistinto il sistema Italia (a partire dalla capacità di produrre “qualità”), nel quadro di un modello di sviluppo sostenibile sotto il profilo ambientale. L’innovazione tecnologica è alla base della crescita della produttività del lavoro, dal momento che permette di creare e produrre, a parità di input, un maggiore output, o di aumentarne la qualità. In particolare oggi, con l’inizio della così detta “quarta rivoluzione industriale” caratterizzata dalla sempre più pervasiva digitalizzazione dei sistemi produttivi, l’Italia rischia di rimanere indietro, e occupare posizioni sempre più basse nella catena del valore. È quindi necessario agire su tutti i fattori di produttività, intervenendo sui tanti ostacoli “di sistema” alla crescita e allo sviluppo: dal sistema formativo alle infrastrutture materiali e immateriali, dal funzionamento della giustizia civile alla burocrazia.

È fondamentale la dimensione degli investimenti delle imprese. Vogliamo, coerentemente con quanto già fatto dal governo con il piano nazionale “Industria 4.0”, spingere le imprese a fare investimenti di qualità per produrre beni ad alto valore aggiunto. Serve costruire una rete dell’innovazione sul territorio accelerando i bandi per i Competence Center ed i Digital Innovation Hub già previsti nel Piano Industria 4.0. Serve una governance della politica industriale in grado di mettere a sistema le istituzioni pubbliche, le università, i centri di ricerca e le imprese. È necessario concentrarsi da subito sulle aree di crisi industriale complessa definendo iter accelerati per gli interventi di bonifica e infrastrutturali, prevedendo corsie preferenziali per il Fondo di Garanzia e ispirandosi a quanto previsto per le Zone Economiche Speciali.

È essenziale, oltre agli investimenti, l’apporto della ricerca, a partire da quella pubblica. Al riguardo l’Italia è in ritardo, sia per quanto concerne l’ammontare delle risorse finanziarie destinate alla ricerca, sia per quanto concerne la capacità di interfacciarsi con il mondo delle imprese. Ne consegue l’esigenza di una riforma del comparto, con un’ottica capace di superare vincoli e logiche della pubblica amministrazione.

Pur avendo un’economia più piccola e un numero di abitanti minore, l’Italia ha circa un milione di imprese in più della Francia. Si tratta per la stragrande maggioranza di micro-imprese e partite IVA, ma anche tante piccole imprese, poche medie e pochissime grandi. Questo ha conseguenze sulla produttività e competitività del sistema paese e dunque sul benessere dei lavoratori. È necessario un impegno particolare nell’individuare e rimuovere gli ostacoli burocratici e “di sistema” che impediscono la crescita dell’impresa italiana. Bisogna diminuire l’esposizione delle aziende verso le banche, favorendo l’ingresso nel capitale dei grandi player continentali, fondi di investimento e assicurativi, crowdfunding.

Agricoltura

Il sistema agricolo italiano è caratterizzato da una bassa redditività delle imprese frutto di una eccessiva frammentazione fondiaria e di una scarsa aggregazione dell’offerta, e di un utilizzo delle risorse della Politica Agricola Comune finalizzato prevalentemente a sostenere lo status quo piuttosto che a superare le cause profonde di queste inefficienze. È necessario adottare misure che favoriscano l’accorpamento fondiario e riformulare il sistema di erogazione degli aiuti diretti della Politica Agricola Comune secondo criteri che incentivino la piccola impresa agricola a cercare forme innovative di aggregazione dell’offerta.

È indispensabile dare ascolto alle richieste degli agricoltori semplificando radicalmente tutti gli adempimenti e le procedure burocratiche gravanti sulle imprese, e migliorando al tempo stesso le performance delle pubbliche amministrazioni operanti nel settore.

Agli agricoltori italiani deve essere consentito l’accesso a tutte le più moderne tecnologie disponibili, in particolare a quelle che migliorano le rese riducendo l’impatto ambientale della produzione agricola. Allo stesso tempo va rimosso il bando alla ricerca in campo aperto sulle biotecnologie agrarie.

Mezzogiorno

La questione meridionale resta ancora, a distanza di un secolo e mezzo dall’unità d’Italia, il nodo principale dell’economia nazionale. L’elemento saliente dello scenario meridionale è costituito dalla estrema rarefazione del tessuto produttivo: il tessuto di imprese presenti risulta tuttora assai limitato, e di conseguenza i posti di lavoro esistenti sono del tutto insufficienti, il tasso di disoccupazione elevatissimo, la tendenza a emigrare strutturale. Negli ultimi lustri il nodo del meridione è stato completamente rimosso dalla politica nazionale, aggravando la sensazione di abbandono e residualità diffusa in tali regioni.

Le politiche dirette a sostenere la domanda, che hanno caratterizzato l’attuale legislatura, presentano un effetto limitato nel mezzogiorno. La crescita dell’economia meridionale richiede un programma straordinario di investimenti diretto ad allargare il tessuto di imprese. Sono necessari investimenti sulle infrastrutture fisiche e immateriali (a partire da quelle finalizzate a facilitare la movimentazione e la spedizione delle merci prodotte in loco) e una politica di credito agevolato. In alcune aree strategiche può essere utile la creazione di “zone economiche speciali” con un regime fiscale e amministrativo semplificato.

È necessario che gli strumenti di incentivazione nazionali siano dotati di risorse adeguate per i bisogni del Mezzogiorno, e vanno confermati gli strumenti di sostegno, dagli incentivi per l’autoimprenditorialità ai contratti di sviluppo per l’attrazione di investimenti. Al tempo stesso vanno riconosciute e progressivamente rimosse le croniche inefficienze di sistema che impediscono lo sviluppo dell’area, dalla qualità della pubblica amministrazione all’efficienza della spesa pubblica, dal controllo del territorio al contrasto alla criminalità.

Va ridisegnata in maniera intelligente la governance delle politiche per lo sviluppo, oggi ostaggio del groviglio di competenze dei vari livelli nazionali e locali, rafforzando la funzione di indirizzo e di coordinamento del Governo.