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Un Paese inefficiente è un Paese senza futuro. Non lo diciamo noi. Lo dicono i milioni di procedimenti penali ancora pendenti. Lo dicono la lunghezza e l’incertezza dei processi, che favoriscono un utilizzo opportunistico del sistema giudiziario. Lo dice la disparità dell’offerta sanitaria sul territorio nazionale. Lo dice la quasi totale assenza di sistemi di valutazione delle strutture mediche. Lo dicono le procedure d’infrazione, ancora tantissime. E lo dice anche il bicameralismo perfetto che rallenta inevitabilmente la vita democratica del paese. Noi siamo convinti che, con la forza della responsabilità e con una gestione più trasparente e davvero efficiente, l’Italia può rialzarsi. E riprendersi il posto che le spetta in Europa.

Giustizia

L’inefficienza della giustizia civile è un freno allo sviluppo e alla crescita del paese. Quasi 5 milioni di procedimenti pendenti, una durata media (952 giorni in primo grado e di 3127 giorni per arrivare in Cassazione) doppia rispetto alla media mondiale e tripla rispetto a quella di paesi come Francia e Germania, la fiducia dei cittadini al 29% (contro una media Ocse del 54%) e un costo dei ritardi stimato in 16 miliardi l’anno: un punto di Pil. L’inaffidabilità della giustizia italiana scoraggia gli investimenti esteri e limita la competitività del sistema economico senza contare il danno arrecato all’erario dai risarcimenti. Inoltre la lunghezza e l’incertezza dei processi favoriscono un utilizzo opportunistico del sistema giudiziario: lunghezza e incertezza del processo ne favoriscono l’abuso, ma l’abuso del processo ne esaspera lunghezza e incertezza. È necessario spezzare questo circolo vizioso con misure che aumentino l’efficienza degli uffici giudiziari: in prospettiva una giustizia più rapida, giusta ed efficiente contribuirebbe a scoraggiare il ricorso strumentale al processo, cosa che alleggerirebbe a sua volta il carico di lavoro dei magistrati, oggi elevatissimo.

Dal momento che l’organizzazione del lavoro richiede competenze che i magistrati non sono tenuti a possedere, è necessario prevedere la figura di un dirigente amministrativo che affianchi (o, in alcuni casi, sostituisca) il magistrato responsabile dell’ufficio nell’amministrazione delle risorse e nella gestione operativa, lasciando al giudice il dominio degli indirizzi giurisprudenziali. Una simile innovazione, accompagnata da adeguati criteri di valutazione, trasparenza e meccanismi di responsabilizzazione, avrebbe un impatto benefico sull’efficienza della macchina giudiziaria.

È inoltre fondamentale rafforzare la responsabilità disciplinare dei magistrati, assicurando un’omogeneità di trattamento delle diverse giurisdizioni. E più in generale, occorre rafforzare i meccanismi di interazione e coordinamento tra giurisdizione ordinaria e amministrativa, valutandone anche il superamento attraverso una profonda revisione costituzionale. Bisogna, infine, superare o quanto meno ripensare profondamente la giurisdizione speciale tributaria, che non assicura pienamente ai cittadini il diritto di difesa.

È necessario arrivare alla separazione delle carriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante. ll sistema del giudizio penale si regge su un principio basilare, riconosciuto da tutti gli ordinamenti evoluti ed accolto espressamente nel sistema italiano con la riforma dell’art. 111 della Costituzione, in base al quale chi giudica deve garantire due caratteristiche: terzietà e imparzialità. Il sistema processuale attuale non garantisce, però, ciò che la Costituzione imporrebbe. Giudici e pubblici ministeri, pur giocando ruoli assai diversi in seno al processo, appartengono infatti allo stesso ordine, partecipano delle stesse prerogative, possono spostarsi da una funzione all’altra, siedono negli stessi consigli di disciplina e di autogoverno – valutandosi e giudicandosi reciprocamente – e si aggregano nelle medesime associazioni di categoria. Vogliamo riequilibrare il sistema, concedendo a tutte e due le parti del processo penale (l’accusa e la difesa) le stesse opportunità di partenza nel dimostrare le proprie tesi.

Occorre superare anche quella che Giovanni Falcone definiva la visione feticista dell’obbligatorietà dell’azione penale, che si è rivelata una pura teoria, dalla quale discendono molte delle inefficienze e delle lentezze del nostro sistema giudiziario. Eliminare l’obbligatorietà, regolamentandone l’esercizio costituisce il presupposto per una giustizia migliore e più attenta alle esigenze dei cittadini e alla tutela dei diritti della difesa.

Il carcere si è dimostrato una risposta insoddisfacente per prevenire il crimine. Da un lato le statistiche dimostrano che la detenzione non evita la ricaduta nel crimine, soprattutto nei casi di condanne particolarmente lunghe, dall’altro non offre alle vittime del reato alcun ristoro. È necessario superare il primato della detenzione, in particolare con riguardo ai reati che non offendono la persona, a favore di un sistema di giustizia riparativa, sulla scorta dell’esperienza positiva di altri paesi, nel quale la vittima possa effettivamente trovare ristoro del danno subito e il reo abbia la possibilità di rimediare a tale danno nei confronti sia della persona offesa che della comunità.  Vogliamo l’abolizione dell’ergastolo, sia condizionale che ostativo, poiché l’assenza di ogni possibilità di uscita è incompatibile con la finalità rieducativa della pena, prevista dall’art. 27 della Costituzione.

Va evitato l’abuso di provvedimenti emergenziali e di stampo securitario, soprattutto nella gestione di fenomeni complessi quali l’immigrazione e l’esclusione sociale, come invece prevede la riforma Minniti-Orlando. Vogliamo la fine dell’abuso della custodia cautelare, favorendo un uso più ampio delle misure alternative al carcere, già previste dal nostro Codice, e vogliamo mettere fine agli abusi in divisa attraverso l’introduzione del numero identificativo degli agenti delle forze dell’ordine in servizio e l’obbligo delle telecamere nelle caserme.

Salute

Per effetto della regionalizzazione si è progressivamente accentuata la disparità di offerta sanitaria sul territorio nazionale. Occorre porsi pertanto l’obiettivo di correggere questa deriva e di garantire le medesime cure a tutti i cittadini indipendentemente dalla loro residenza regionale, anche attraverso la modifica della ripartizione di competenze fra Stato e regioni.

Non esistono sistemi diffusi di valutazione delle prestazioni e delle strutture, né informazioni pubbliche e accessibili a tutti sugli esiti delle valutazioni; la sanità è autoreferenziale e l’utente conta poco o nulla, come certificato da indici di valutazione europei (Euro Health Consumer Index, che ci vede fra gli ultimi in confronto ai paesi dell’Europa occidentale). È necessario introdurre sistemi di valutazione obbligatori per le prestazioni, i servizi e le strutture in tutto il territorio nazionale e informazioni e accessibilità dei risultati per tutti.

Attualmente la sanità delle regioni viene commissariata esclusivamente in caso di deficit eccessivo. È necessario introdurre la procedura di commissariamento anche in caso di scarsità (quantitativa e qualitativa) di servizi erogati, compreso il mancato rispetto dei tempi massimi d’attesa per gli esami diagnostici definiti per legge. Il Commissario (nominato dal Governo) deve essere un esperto esterno alla regione commissariata. Considerato che l’invecchiamento della popolazione costituisce un fattore di crescita della domanda di prestazioni sanitarie, può essere utile prevedere una soglia minima di finanziamento, calcolato in percentuale al PIL di ogni paese, unitamente a una soglia minima di qualità delle prestazioni e dei servizi erogati.

L’allocazione delle risorse è ancora troppo concentrata sulle cure per acuti mentre l’emergenza dovuta all’invecchiamento richiederebbe maggiori stanziamenti per la cura delle cronicità e disabilità. Per questo proponiamo uno spostamento progressivo della spesa sanitaria in questa direzione. Un’altra azione importante è la piena informatizzazione del SSN, con l’obiettivo di realizzare la completa operatività su tutto il territorio nazionale del Fascicolo Sanitario Elettronico e delle ricette digitali, la dematerializzazione di referti e cartelle cliniche nonché il sistema di fatturazione elettronica delle prestazioni farmaceutiche.

Stato, democrazia e autonomia municipale

Sebbene il 4 dicembre del 2016 i cittadini italiani abbiano respinto le modifiche alla Costituzione proposte dal Parlamento, i problemi ai quali la riforma tentava di offrire una soluzione sono ancora tutti lì, ed affrontarli tornerà ad essere una priorità strategica della prossima legislatura, nell’ottica di un ammodernamento e di un efficientamento delle istituzioni.

Il bicameralismo perfetto è un ostacolo alla velocità di approvazione delle leggi, e un incentivo perverso al ricorso alla decretazione d’urgenza e al voto di fiducia. Va quindi superato separando in maniera netta le funzioni delle due camere.

Al fine di proteggere le generazioni future dal peso insostenibile del debito pubblico, vogliamo introdurre in Costituzione il principio dell’equità intergenerazionale, che deve informare tutte le scelte di politica economica. Il ricorso al debito pubblico per finanziare la spesa corrente, ammesso dalla Corte Costituzionale nel 1966, ha di fatto dato vita alla voragine del debito pubblico e alla proliferazione dei cosiddetti “diritti acquisiti” che hanno compromesso irreparabilmente la sostenibilità del bilancio dello Stato. Va ripristinato il senso originario dell’art. 81 della Costituzione, secondo cui ogni legge di spesa deve contemplare i mezzi per farvi fronte.

È necessario affrontare il nodo irrisolto della stratificazione dei centri di decisione locali e nazionali in grado di bloccare ogni tentativo di modernizzazione infrastrutturale del Paese in un gioco di veti, ricorsi alla giustizia amministrativa e ordinaria, trattative estenuanti che non vedono mai la fine. Un corto circuito la cui origine “costituzionale” non risale neanche alla volontà dei costituenti, ma alla recente riforma del titolo V della Costituzione.

Proponiamo un modello che preveda una distribuzione equilibrata della sovranità tra i vari poteri e livelli istituzionali, che garantisca al cittadino la partecipazione e il controllo diretto dell’azione delle amministrazioni pubbliche e che si fondi su conoscenza, concorrenza e diritto.

Per affermarne la sovranità del cittadino al livello istituzionale a lui più vicino, i Comuni e le città devono sostenersi di più su risorse proprie, finanziando così una parte significativa delle proprie spese con imposte raccolte dai residenti. Sono necessari nuovi e più efficaci strumenti di iniziativa popolari: vogliamo promuovere strumenti di democrazia diretta quali referendum propositivi, semplificandone e snellendo le procedure di raccolta delle adesioni, anche mediante l’utilizzo della firma digitale, referendum vincolanti anche su materia fiscale locale, per costituire, porre in liquidazione, vendere società partecipate o quote di controllo di queste e per fornire un servizio pubblico essenziale di interesse generale in economia. Un’alta qualità dei servizi pubblici è uno degli elementi fondamentali per il benessere dei cittadini. Proponiamo una disciplina di rafforzamento degli obblighi di misurazione della qualità dei servizi erogati e di trasparenza per i comuni.

Infrazioni zero

Negli ultimi anni, i governi italiani si sono dimostrati molto più attenti al rispetto della normativa europea, riducendo in modo significativo le procedure di infrazione. Ne restano però ancora molte (oltre 60 secondo gli ultimi dati ufficiali disponibili). Alcune procedure riguardano il mancato recepimento di normative importanti, come il regolamento sull’iniziativa dei cittadini, o varie direttive in materia ambientale. Altre invece, riguardano il mancato recupero di aiuti di Stato e sono particolarmente gravose, come sottolineato recentemente dalla Corte dei Conti. Questa ha richiamato soprattutto le cosiddette “seconde condanne” per mancata osservanza di sentenze della Corte di Giustizia che imponevano il recupero degli aiuti di stato. Questo tipo di violazioni ha avuto un costo per l’Italia di quasi mezzo miliardo in cinque anni.

Noi proponiamo che il prossimo governo vari, nei primi 100 giorni, una legge quadro per l’attuazione di tutte le direttive non ancora attuate e per il superamento di tutte le violazioni che oggi costituiscono oggetto di procedura di infrazione, incluso il recupero di tutti gli aiuti di Stato illegittimi. Per poter pretendere cambiamenti in Europa, non servono solo conti in ordine, ma occorre dimostrare anche che l’Italia è in prima fila nel rispetto delle norme europee.