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Le politiche sociali ed economiche del passato hanno creato un clima di sfiducia nei confronti dello Stato da parte dei cittadini: ci si lamenta delle tasse, troppo alte, della povertà dilagante e del sistema previdenziale, concentrandosi solo e soltanto sull’età pensionabile. Noi vogliamo guardare al di là del dito. Vogliamo creare un sistema tributario più equo e favorevole alla crescita economica. Vogliamo sostenere politiche d’inclusione nel mondo del lavoro. Vogliamo redditi che non siano solo temporanei. Vogliamo eliminare del tutto le iniquità generazionali legate alle scelte passate. Per sentirci davvero tutti uguali. Ma soprattutto, migliori.

Previdenza

Il sistema previdenziale è il principale contratto sociale tra le generazioni. La sua insostenibilità finanziaria e la sua iniquità non ha solo comportato l’aumento del peso delle pensioni sul PIL e sul complesso della spesa sociale, ma ha rappresentato negli ultimi decenni la principale ragione di debolezza del nostro sistema di welfare.  La riforma Fornero ha garantito la sostenibilità del nostro sistema previdenziale, ma ne ha ridotto solo parzialmente le iniquità generazionali legate a scelte passate – in materia di età pensionabile e di remunerazione dei contributi versati – in larga misura non reversibili. Nondimeno, questa che rappresenta la vera e principale emergenza del nostro sistema previdenziale è del tutto elusa nel nostro dibattito pubblico.

La discussione è invece interamente assorbita dal problema dell’età di pensionamento e dall’identificazione della vecchiaia come “età della povertà”. Anche in questo caso è vero il contrario, visto che la povertà riguarda oggi il 4% degli italiani con più di 65 anni, ma ben il 12% dei giovani sotto i 18 anni. È anche questo il prodotto di un processo storico, non solo remoto, ma anche relativamente recente. Ancora nel 2001 la spesa per pensioni “di vecchiaia” superava per importo complessivo quello per le pensioni “di anzianità”. Invece, la situazione si è capovolta proprio nel periodo dalla più dura e inconcludente discussione sulla riforma post “legge Dini”. Negli anni 2000, vi sono stati circa 3,5 milioni di nuovi pensionati con un’età media di pensionamento di 57-58 anni, e con prestazioni per lo più medio-alte.

Dal punto di vista programmatico, bisogna proseguire, non tornare indietro sulla strada delle riforme. Non solo non bisogna toccare la riforma Fornero, ma bisogna difendere l’idea che l’equità intergenerazionale oltre a essere dovuta in attuazione del principio costituzionale di uguaglianza, è una forma di moralità e responsabilità politica. Da questo punto di vista, pur ammettendo che non sia possibile un vero ricalcolo contributivo delle pensioni in corso di erogazione, è possibile ricorrere alla riduzione, di fatto autorizzata anche dalla Consulta, del sussidio fiscale incorporato nelle pensioni retributive più alte.

Nell’ottica di rendere effettiva e tangibile l’equità intergenerazionale, riteniamo necessario introdurre a favore dei giovani neoassunti fino a 35 anni forme strutturali di decontribuzione di parte degli oneri sociali che consentano di destinare parte delle disponibilità aggiuntive così ottenute alla previdenza integrativa.

Povertà

L’obiettivo centrale della riforma del welfare deve essere quello di sconfiggere la povertà giovanile. Secondo il rapporto Caritas 2017, il rischio di povertà riguarda circa 2 milioni di persone tra i 16 e i 24 anni, ovvero il 33,7% dei giovani italiani: una percentuale del 6,4% più alta rispetto alla media europea. Il tasso di disoccupazione è circa il doppio della media europea. Ancora più significativo è che negli ultimi 20 anni la ricchezza delle famiglie con capofamiglia fino a 34 anni si è dimezzata, mentre quella delle famiglie in cui il capofamiglia ha almeno 65 anni è cresciuta del 60%. Nonostante questo, solo il 37% della spesa non previdenziale è destinato agli under 40. Occorre rivedere il nostro welfare e aumentare questa percentuale almeno fino alla media europea, con interventi mirati e miglioramento dei servizi, soprattutto a favore delle donne e delle famiglie giovani.

Contributi alla formazione, sostegno al reddito e servizi che consentano alle donne di conciliare famiglia e lavoro sono le nostre priorità per garantire giustizia sociale e per promuovere la crescita del nostro paese, che deve avere in giovani e donne i suoi principali protagonisti. Occorre anche aumentare la quota del Fondo Sociale Europeo destinata all’accesso al lavoro e all’inclusione sociale. Secondo gli ultimi dati, l’Italia ha destinato i fondi europei a queste finalità una quota pro capite di soli 48,7 euro, a fronte di una media europea di 77,1 euro pro capite. Bisogna arrivare almeno alla media europea e anzi superarla, perché in Italia il problema è più grave che negli altri paesi.

I nuovi fenomeni di povertà richiedono politiche di contrasto basate non solo su sostegni al reddito temporanei, ma soprattutto su politiche d’inclusione nel mondo del lavoro e sull’adeguamento delle competenze dei lavoratori spiazzati dalla globalizzazione alla nuova domanda di professioni tecniche e altamente qualificate.  Ci prefiggiamo l’obiettivo di contrastare la povertà assoluta e di contenere quella relativa attraverso una riforma complessiva del welfare non previdenziale, nell’ottica di una più equa ridistribuzione delle risorse e una migliore corrispondenza ai bisogni reali, attraverso una rimodulazione delle prestazioni che preveda l’abrogazione di alcune misure esistenti e la loro sostituzione con nuove prestazioni fondate su principi di maggiore equità sociale. Per questo proponiamo un strumento di sostegno al reddito universale rivolto a tutti coloro che si trovano in povertà assoluta, che colmi la distanza tra le risorse economiche della famiglia e la soglia di povertà assoluta, che vari in base al numero e all’età dei componenti della famiglia e al comune di residenza. Sono necessarie misure che abbinino al trasferimento monetario e alla fornitura di servizi anche interventi d’inclusione attiva per responsabilizzare i beneficiari e favorire l’ingresso nel mercato del lavoro.

Tasse

Uno dei fattori di mancanza di competitività dell’economia italiana è l’eccessivo peso tributario sui redditi di persone e aziende, significativamente più elevato rispetto a quello di altri paesi comparabili. Il fisco italiano oggi prevede da un lato aliquote impositive mediamente elevate, dall’altro una pletora di esenzioni e rendite spesso prive di una giustificazione organica. È per questi motivi che la nostra proposta di riforma della finanza pubblica si realizza in due fasi inscindibili tra loro: dopo aver messo i conti in sicurezza e riportato il debito pubblico su un sentiero di discesa mediante la proposta di congelamento della spesa, proponiamo da metà legislatura un consistente taglio delle imposte sui redditi, nonché una semplificazione complessiva del sistema di imposizione tributaria. La nostra proposta si fonda su tre passaggi fondamentali.

1) Una drastica riduzione delle imposte dirette, mediante il taglio di quelle sul reddito di persone e imprese, da perseguire attraverso un abbassamento delle aliquote marginali e medie per tutti i contribuenti e in particolare per i contribuenti appartenenti al ceto medio.

2) Una semplificazione dell’IRPEF in tre aliquote: 20% fino a 40mila euro; 30% fino a 60mila euro e 40% oltre i 60mila euro, mentre l’IRES al 20%.

3) Una rimodulazione dell’onere fiscale verso le imposte indirette (con accorpamento dell’aliquota intermedia dell’IVA con quella più alta) e l’abitazione principale (oggi unica ricchezza priva di forme d’imposta patrimoniale), nell’ottica di creare un sistema tributario più equo e favorevole alla crescita economica.