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Un’Italia più europea è un Paese in cui viene promossa la ricerca per migliorare le condizioni di vita di ogni persona. Un Paese dove la scienza è sì un diritto, ma anche un dovere. Rimuovere gli ostacoli alla ricerca scientifica sulle malattie rare, sulla procreazione medicalmente assistita, sugli embrioni e sulle biotecnologie non vuol dire tradire la propria natura. Semplicemente, significa evolversi. Per far in modo che questo avvenga però, è necessario migliorare anche il sistema scolastico, con un’istruzione efficace che responsabilizzi docenti e studenti e che dia modo, ai più giovani, di esplorare il mondo, arricchendo così il loro bagaglio di competenze. Per avere quel “più” che ci permetta di essere davvero un Paese europeo.

Ricerca

Vogliamo difendere e promuovere il “diritto alla scienza” e la massima diffusione del metodo scientifico, sia come valore culturale che come principio che informa il processo legislativo. I finanziamenti alla ricerca, da incrementare, devono essere accompagnati da regole che proteggano e promuovano la libertà di ricerca scientifica. Sono necessarie forme di investimento continuativo nel tempo, procedure di assegnazioni trasparenti, aperte e competitive così da preparare i ricercatori italiani a competere al meglio anche nei bandi europei e internazionali. Dobbiamo allargare oltre i confini nazionali la selezione dei revisori e definire criteri di valutazione certi e ben illustrati, con regole chiare che sanzionino i conflitti d’interessi e promuovano la science integrity.

Vogliamo un’Italia che investa in ricerca il 3% del proprio PIL in un’Unione Europea che partecipi per un terzo con il bilancio federale alla spesa complessiva per la ricerca in Europa. Deve essere istituita anche in Italia un’agenzia per la ricerca che sappia indirizzare in modo strutturale e permanente gli investimenti secondo una strategia di medio e lungo periodo. È importante riuscire a garantire ogni anno un bando PRIN (progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale) di importo pari o superiore a quello varato nel 2017.

Bisogna rimuovere gli ostacoli alla ricerca scientifica sulle malattie rare, sulla procreazione mediamente assistita, sugli embrioni e sulle biotecnologie. La normativa nazionale deve recepire correttamente quanto previsto dalle direttive europee sulla sperimentazione animale.

Scuola e università

I giovani italiani di età compresa fra i 16 e i 24 anni sono certamente molto più preparati dei loro padri o nonni, ma restano tuttora meno competenti dei loro coetanei tedeschi o francesi. Abbiamo meno laureati rispetto alla media europea, mentre gli abbandoni precoci sono ancora troppi. L’inversione di questa tendenza è una delle chiavi decisive per arrestare il declino italiano.

Non può esservi una scuola didatticamente efficace senza una effettiva responsabilizzazione di chi vi opera. La riforma del 2015 va nella direzione giusta, ma è necessario monitorarne l’efficacia e intervenire sulle criticità: criteri di valutazione (da estendere anche ai dirigenti scolastici), efficacia dei meccanismi premianti, soddisfazione degli utenti. Ogni scuola deve ricevere obiettivi formativi e essere valutata sulla base del progresso verso questi obiettivi. L’alternanza scuola-lavoro va rafforzata e resa stabile con un sistema di valutazione che innalzi la qualità dei percorsi, tutor territoriali che aiutino le scuole a incontrare le imprese e nuovi investimenti su laboratori aperti nel territorio.

Bisogna investire maggiormente nella formazione post-diploma non universitaria, promuovere con obiettivi più ambiziosi le filiere degli Istituti Tecnici Superiori, nell’ottica di creare percorsi innovativi e flessibili tra formazione e impresa e moltiplicare di molte volte la loro offerta formativa, soprattutto nel Mezzogiorno.

Per garantire maggiore uguaglianza nelle opportunità e al tempo stesso migliorare l’offerta formativa dell’università italiana, deve essere data agli studenti una reale facoltà di scelta: agli studenti meritevoli devono essere garantite le risorse, mediante borse di studio, perché possano decidere dove studiare senza essere condizionati dal reddito della famiglia. Le università migliori – individuate secondo parametri che includano la quantità e la qualità della produzione scientifica e valorizzino la reputazione acquisita tra gli studenti – devono beneficiare di maggiori risorse, mentre le università peggiori andranno penalizzate. Agli atenei deve essere garantita l’autonomia sufficiente per costruire un’offerta formativa adeguata, anche per quanto riguarda l’assunzione e la retribuzione dei docenti e dei ricercatori. Anche l’abolizione del valore legale del titolo di studio sarebbe funzionale a generare una competizione virtuosa tra atenei sulla base dell’effettiva qualità dell’offerta formativa e non di un pezzo di carta uguale per tutti.

La distinzione in compartimenti stagni del tempo della vita – una fase dedicata alla formazione e un’altra dedicata al lavoro – non è più adeguata a un’epoca in cui il progresso tecnologico richiede un continuo aggiornamento delle competenze. Il diritto alla formazione dei lavoratori deve essere effettivo e riconosciuto anche nei contratti di lavoro. Vogliamo ampliare il programma Erasmus e trasformarlo in un grande programma di formazione e mobilità europea.

Cultura

Esiste una tendenza consolidata a considerare la cultura come un “patrimonio” da conservare immutato, mentre i beni e le attività culturali e creative sono “vivi” e capaci di generare progresso sociale ed economico. Moltissimi Paesi europei stanno investendo nella cultura come strumento di coesione sociale, integrazione e sviluppo economico, mentre l’Italia è al penultimo posto nell’Unione europea per investimenti pubblici in cultura. Questo nonostante i dati dicano che il sistema produttivo culturale e creativo italiano – industrie culturali e creative, patrimonio storico artistico, performing art, arti visive, e i creative driven come design, editoria, moda, ristorazione – generi 90 miliardi di euro di giro d’affari, che corrisponde ad oltre il 6% del PIL.È necessario stimolare le imprese, profit e non profit, del comparto culturale e creativo a “fertilizzarsi” reciprocamente e offrire all’industria culturale opportunità in termini di investimenti, disponibilità di fondi per ricerca e innovazione, accesso al credito e a nuove forme di finanziamento. Bisogna uscire dalla logica di interventi sporadici e di breve periodo che insistono sul “consumo di cultura” e passare a investimenti strutturali a favore della “produzione di cultura”.

Servono strumenti capaci di trasformare le imprese culturali italiane e gli artisti da “specie protetta” in nuovi protagonisti della società. Un capitolo centrale a questo proposito riguarda gli appalti pubblici per l’edilizia o le infrastrutture, che già oggi prevedono economie per abbellimenti e opere d’arte, per i quali devono essere messe a disposizione risorse capaci di attivare processi di innovazione sociale e culturale e di creazione di bellezza, così come sperimentazioni legate all’utilizzo delle nuove tecnologie da parte degli operatori culturali.

Dobbiamo investire sulla formazione a 360° (soft skill, contaminazione con altri settori e le altre culture) degli addetti all’industria culturale e creativa. È fondamentale accrescere le opportunità di espressione creativa nella scuola, aumentando la consapevolezza nei cittadini, a partire dai più giovani, sul ruolo sostanziale che la cultura ha per ciascuno di noi e per tutto il Paese. Infine, in aggiunta alle attuali agevolazioni (“Art Bonus”) l’Italia non ha ancora una legge che semplifichi e agevoli il mecenatismo culturale, per far sì che per gli italiani diventi motivo di orgoglio investire in cultura.