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Una federazione unica, per essere ancora più forti. Una sola voce, che parli nell’interesse di tutti. Un esercito europeo, che ci faccia sentire al sicuro dall’odio crescente che ha già colpito duramente le nazioni a noi più vicine. Una redistribuzione dei doveri, che alleggerisca il bilancio nazionale. E un commercio internazionale che favorisca l’export italiano. Non è un sogno. Tutto questo ha un nome: sono gli Stati Uniti d’Europa.

Europa: una federazione leggera verso gli Stati Uniti d’Europa

L’Europa che vogliamo non è un “superstato europeo”, bensì una federazione leggera. Come è stato già fatto con la moneta, si tratta di spostare al centro federale funzioni di governo oggi svolte dagli Stati membri – e le relative risorse per svolgerle: redistribuzione sociale e regionale, ricerca scientifica, reti trans-europee, controllo delle frontiere, diplomazia (inclusi aiuti allo sviluppo e aiuti umanitari), difesa.

Oggi, su ogni euro speso in ricerca e sviluppo nell’UE, solo 4 centesimi provengono dal bilancio dell’Unione. Noi vorremmo che questi ultimi fossero invece 33, cioè un terzo di tutta le spesa. Come? Destinando a grandi programmi di ricerca su scala federale l’1 % del PIL europeo.

Il controllo delle frontiere è già, per quanto riguarda almeno i movimenti delle merci, una competenza esclusiva dell’Unione europea. Ma viene svolto dalle organizzazioni doganali degli Stati membri. Noi vorremmo che si creasse una polizia di frontiera davvero europea per il controllo dei movimenti di merci e persone alle frontiere esterne.

Parlare al mondo con una sola voce è di importanza vitale per l’Europa. Diplomazia e difesa sono funzioni di governo oggi svolte dagli Stati membri da spostare quasi esclusivamente a livello federale. Gli Stati membri continuerebbero ad avere rappresentanze non diplomatiche nel mondo, così come forze armate nazionali di scala ridotta – sotto forma di Guardia Nazionale –  potrebbero coesistere con un esercito europeo.

Il bilancio di un’Unione europea con queste competenze si aggirerebbe attorno al 4-5% del PIL europeo – oggi è pari all’1% –  mentre i governi nazionali assorbono in media il 50% del prodotto dei rispettivi paesi. A questo livello il bilancio dell’Unione potrebbe cominciare a svolgere anche un ruolo di stabilizzazione macroeconomica, cosa che oggi non può fare a causa delle sue dimensioni molto ridotte. In quasi tutti i casi non occorrerebbero risorse aggiuntive ma sostitutive: per finanziare queste funzioni di governo a livello europeo verrebbero usate le risorse con cui oggi gli Stati membri le finanziano a livello nazionale. Economie di scala e buon senso portano a concludere che si otterrebbe di più e di meglio a parità di spesa.

Dal lato delle entrate, se all’Unione andassero, oltre i dazi, un’aliquota IVA di circa 20% sulle importazioni extra UE e una corporate tax europea armonizzata, dovrebbe essere possibile finanziare un bilancio dell’ordine di grandezza (4-5% del PIL europeo) citato. Altre ipotesi sono percorribili, in particolare se colpiscono esternalità negative oppure se poggiano su una base imponibile meglio definibile a livello europeo che a livello nazionale – come la web tax. Attualmente circa l’80% del bilancio risulta da trasferimenti diretti dagli Stati membri. Si tratterebbe invece di basarlo interamente su risorse proprie, stabilendo un principio di corrispondenza tra spese europee e tasse europee, attraverso una facoltà di imposizione diretta dell’Unione che oggi non c’è.

Intendiamo anche batterci per: l’elezione del Presidente della Commissione europea a suffragio universale; la trasformazione del Consiglio dei ministri dell’Unione in un Senato europeo a elezione diretta, sia per politicizzarlo, liberandolo dal controllo delle burocrazie nazionali, che per rendere i suoi processi decisionali pubblici e trasparenti; l’istituzione di una valutazione annuale dello stato della libertà e della democrazia in ciascun stato membro da parte della Commissione – o della Corte di Giustizia, o di un’agenzia ad hoc – con il mandato di monitorare il rispetto dei diritti fondamentali elencati all’art. 2 del Trattato sull’Unione europea.

Difesa europea

Che si punti o meno agli Stati Uniti d’Europa, le aree o funzioni di governo candidate a una maggiore integrazione sono quelle appena viste a proposito della federazione leggera. Così, in un discorso alla Sorbona il 26 settembre del 2017, lo stesso Macron ha proposto la creazione di una polizia di frontiera europea. Ha affermato che “all’inizio del prossimo decennio, l’Europa dovrà dotarsi d’una forza comune d’intervento, di un bilancio della difesa e di una dottrina militare comune per agire”. Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 13 settembre 2017, il presidente della commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha parlato di una “vera e propria unione europea di difesa entro il 2025”. I primi passi in questa direzione sono però molto timidi. Ad esempio, la cooperazione permanente nel settore militare, inaugurata alla fine del 2017, ha finito per essere poco più di una lista di progetti di cooperazione – 17 per la precisione – che spaziano dalla creazione di un comando medico a un centro per lo scambio di esperienze in materia d’addestramento. Tutte cose lontanissime dalla creazione di un esercito europeo, fosse pure solo un nucleo di questo, e abbastanza innocue da assicurare alla Permanent Structured Cooperation (PESCO) un’adesione quasi generale (25 paesi su 28).

Vogliamo forze armate dell’Unione addestrate ed equipaggiate al meglio, dotate di elevata prontezza operativa e capacità di proiezione – ma prive di armi nucleari. Condividiamo l’appello all’eliminazione delle armi nucleari lanciato nel 2007 da Henry Kissinger, George Shultz, William Perry e Sam Nunn e rilanciato dall’allora Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, nel suo discorso a Praga il 5 aprile del 2009. Siamo perciò favorevoli al ritiro delle armi nucleari tattiche (bombe per aereo) statunitensi schierate in Belgio, Germania, Italia e Paesi Bassi, in parte assegnate per un eventuale uso alle aeronautiche nazionali di questi quattro paesi. Va posta, secondo +Europa, la questione di un’iniziativa diplomatica italiana per arrivare a un ritiro concordato con gli alleati della NATO di queste armi dal territorio europeo, mentre va ribadita l’importanza per la sicurezza europea e globale del Trattato di Non Proliferazione delle Armi Nucleari e del Trattato che ha eliminato le forze nucleari a raggio intermedio (INF).

Con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, la Francia rimarrà l’unico Stato membro dotato di armi nucleari – e membro permanente con diritto di veto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il problema del rapporto tra un esercito europeo, che + Europa vuole equipaggiato di sole armi convenzionali, e il deterrente nucleare francese, auspichiamo si risolva nel medio-lungo termine nel quadro di un disarmo nucleare generale e completo – come quello previsto nel Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari, approvato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 7 luglio 2017, cui vorremmo aderissero quanto prima l’Italia e i suoi alleati della NATO. Ad interim, le armi nucleari francesi, conservando la loro consistenza e schieramento attuali, potrebbero estendere la deterrenza al resto dell’Unione europea, supplendo al ruolo svolto attualmente da quelle americane.

Governance economica dell’eurozona

È tempo di superare la stucchevole polemica anti-europea sull’austerità. L’economia europea è in forte espansione e l’Italia partecipa al processo, il mercato del lavoro migliora così come la dinamica salariale. In questo quadro, l’Italia si potrà sedere al tavolo franco-tedesco come pari tra i pari se cesserà di chiedere flessibilità per questa o quella categoria di spesa pubblica e saprà mostrare programmi di politica economica che garantiscano tre cose: la riduzione del debito pubblico in rapporto al PIL, il rafforzamento della qualità dei bilanci bancari, riducendo i rischi (NPL e portafoglio di titoli sovrani), politiche mirate per il rilancio della produttività, che ristagna dall’inizio di questo secolo. Senza crescita della produttività non c’è spazio per aumenti sostenibili dei salari, dunque la domanda cresce poco e la sostenibilità del debito pubblico resta sempre in bilico.

Sulla governance dell’eurozona la Commissione Europea ha messo sul tavolo, nel dicembre del 2017, un insieme di proposte importanti che meritano pieno sostegno. Inoltre, l’Unione deve trovare una nuova intesa sulla gestione delle politiche economiche nella quale sia possibile affiancare al criterio della finanza pubblica sana, una visione proiettata verso il futuro che si basi sulla ripresa dell’integrazione – particolarmente nei servizi a rete e nel mercato digitale – e forti investimenti comuni in istruzione e nuove tecnologie. Le condizioni finanziarie favorevoli dovrebbero essere sfruttate per mobilitare risparmio pubblico e privato verso questi obbiettivi.

In questo quadro, è urgente completare l’unione bancaria, con il pilastro mancante dell’assicurazione dei depositi, e l’unione del mercato dei capitali (CMU), in modo che i grandi eccessi di risparmio possano muoversi a finanziare l’investimento produttivo nelle aree ancora in difetto di convergenza. La conduzione delle politiche economiche nazionali dovrà riflettere gli obiettivi comuni di crescita, superando le asimmetrie che hanno scaricato il peso dell’aggiustamento degli squilibri di domanda quasi esclusivamente sui paesi più deboli.

Occorre consolidare gli strumenti comuni per la gestione delle crisi, trasformando il Fondo Salva-Stati (MES) in un vero e proprio Fondo Monetario Europeo che fornisca liquidità e finanza ai paesi sotto attacco speculativo, e fornisca la linea di sostegno di ultima istanza per il meccanismo comune di assicurazione dei depositi e il fondo per la risoluzione delle banche in crisi. Le decisioni del fondo, che deve essere assoggettato a controllo parlamentare, dovrebbero essere prese a maggioranza qualificata, non più all’unanimità, in base a proposte presentate dalla nuova figura del ministro europeo delle finanze, che dovrebbe diventare motore e coordinatore delle iniziative di politica economica comune.

Non serve un bilancio separato della zona euro. Serve invece una capacità fiscale comune più forte dell’Unione per la produzione di beni pubblici europei, tra i quali un peso maggiore devono assumere le spese per la sicurezza e la difesa, quelle per le politiche comuni per l’immigrazione, quelle per l’investimento in ricerca e nuove tecnologie, quelle per l’istruzione e la creazione di percorsi di studio multinazionali. Il bilancio dell’Unione fornisce anche lo strumento adatto per aiutare i paesi membri nelle fasi di depressione ciclica, sostenere gli sforzi di riforma strutturale, assistere i paesi che muovono verso l’ingresso nell’euro.

Commercio internazionale

Seppure conosciamo perfettamente gli effetti negativi del protezionismo commerciale sul benessere e sulla prosperità delle nazioni, l’idea che sia necessaria una maggiore chiusura delle frontiere alla libera circolazione dei capitali e delle merci, oltre che delle persone, è sempre più popolare. Per l’Italia, un paese tradizionalmente orientato verso l’export, quella protezionista sarebbe una prospettiva catastrofica.

Per contrastare la minaccia protezionistica è necessario potenziare il Mercato Comune, premessa fondamentale per l’Unione Politica: bisogna procedere a una maggiore integrazione fiscale, energetica, bancaria, dei trasporti e dei servizi.

L’Unione Europea ha in corso più di venti negoziati per accordi di libero scambio, che vanno portati avanti e conclusi positivamente per combattere con più efficacia il dumping sociale e ambientale grazie a clausole di reciprocità, ma anche per facilitare l’accesso a nuovi mercati anche delle nostre piccole e medie imprese e per attrarre maggiori investimenti in Europa ed in Italia.